Daniele Trabucco

Chiudendo Atreju a Roma, il Presidente del Consiglio dei Ministri pro tempore, On. Giorgia Meloni, ha definito la kermesse “il luogo in cui tutte le idee hanno diritto di cittadinanza”, “il luogo in cui Nietzsche e Marx si danno la mano”, aggiungendo che “il valore delle persone si misura sui contenuti” e che “chi scappa dimostra di non avere contenuti”. Una frase così è costruita per suonare “massimamente liberale” nel senso corrente: apertura, pluralismo, confronto, superiorità dei contenuti sul tifo. Proprio per questo, se la si prende sul serio, la sua fragilità concettuale emerge subito. “Tutte le idee hanno diritto di cittadinanza” sembra un criterio, in realtà è un modo di sospendere i criteri. La cittadinanza non è un fatto fisico delle idee: è un titolo riconosciuto dentro un ordine che, volente o nolente, stabilisce che cosa può stare nello spazio comune senza dissolverlo.

Dire “tutte” significa cancellare la soglia tra ciò che è discutibile e ciò che è disgregante, tra ciò che può entrare nella deliberazione e ciò che la corrompe dall’interno. Il risultato non è ospitalità: è indifferenza elevata a principio. Qui compare la prima aporia. Se “tutte” le idee sono cittadine nello stesso modo, anche l’idea che nega questa cittadinanza dovrebbe essere cittadina nello stesso modo. Il principio universalista, per non rovesciarsi su sé stesso, deve sottrarsi all’universalità che proclama: deve valere come norma superiore. Si produce così una contraddizione performativa: si annuncia l’assenza di gerarchie, poi si installa una gerarchia tacita in cima a tutte, la gerarchia della “apertura” in quanto dogma non dichiarato. In breve: la neutralità è una scelta metafisica mascherata. L’immagine “Nietzsche e Marx si danno la mano” funziona allora come sigillo scenico di quella neutralità. Non argomenta, accredita. Evoca due nomi-simbolo per certificare che il contenitore sarebbe tanto ampio da includere gli opposti. Solo che, sul piano filosofico, la “stretta di mano” è un emblema perfetto del vuoto, perché è ottenuta trasformando i contenuti in etichette.

Presi seriamente, quei due nomi non indicano affatto una comune fiducia nella possibilità di misurare pubblicamente il giusto; indicano, ciascuno a suo modo, una tendenza a ricondurre norme e valori a ciò che li produce (strutture, forze, interessi, genealogie). La conseguenza è decisiva: il linguaggio della verità pratica viene degradato a linguaggio della funzione. Non si domanda “che cosa è giusto?”, si domanda “a chi serve ciò che dici?”. La ragione non è più un atto che riconosce un ordine del bene, diventa una tecnica di smascheramento o di conquista. In questo punto la frase si autodisfa: afferma che “il valore si misura sui contenuti”, però non dice qual è il metro. “Misura” è un concetto esigente: implica un criterio che precede le preferenze, capace di distinguere meglio e peggio non in base al volume dell’applauso. Se il metro non viene nominato, restano due vie, entrambe modernissime. Prima via: il contenuto vale per efficacia, cioè per capacità di imporsi, convincere, mobilitare, dominare la scena. Seconda via: il contenuto vale per conformità a criteri impliciti, non discussi, che regolano l’ammissibile. In un caso il valore coincide con la potenza; nell’altro coincide con l’arbitrio travestito. In entrambi i casi, “contenuti” è parola decorativa: promette sostanza, opera come schermo.

È qui che si comprende la tua tesi, in termini non polemici ma strutturali: la dichiarazione, proprio mentre pretende di marcare una differenza, rivela una parentela profonda con la sinistra contemporanea, perché condivide la stessa grammatica della legittimazione. La sinistra moderna, quando si autodefinisce “democratica”, si presenta spesso come custode del foro aperto, dello spazio inclusivo, della cittadinanza delle opinioni. Se una destra rivendica identicamente di essere “il luogo in cui tutte le idee hanno cittadinanza”, non sta soltanto appropriandosi di un lessico: sta assumendo lo stesso criterio supremo, ossia che la bontà dell’ordine pubblico dipenda anzitutto dalla sua neutralità dichiarata, non dalla sua capacità di orientare il vivere comune secondo una giustizia riconoscibile. Cambiano i simboli, resta la forma: politica come gestione del pluralismo, non come ordinamento al bene comune; conflitto come spettacolo regolato, non come ricerca di ciò che merita di essere affermato e protetto. Da questo punto di vista, la “stretta di mano” tra Nietzsche e Marx non è l’immagine di una sintesi alta: è il segno che la politica ha scelto di non esplicitare più il fondamento. Quando il fondamento non viene detto, non scompare: si sposta sotto traccia. E ciò che resta visibile è la procedura, l’evento, la coreografia del confronto. Per questo la frase è aporetica: parla come se volesse dire “qui vince la ragione”, però costruisce il luogo come se bastasse la coesistenza per sostituire la misura; parla come se volesse dire “qui contano i contenuti”, però evita ciò che renderebbe davvero giudicabili i contenuti; parla come se volesse dire “qui la verità si discute”, però sceglie come emblema due nomi che, assunti come simboli, suggeriscono che la verità sia sempre già un effetto. Il risultato è un paradosso nitido: si proclama una cittadinanza universale delle idee, e così si smarrisce l’unica cosa che rende la cittadinanza non un puro fatto amministrativo, bensì un ordine vivibile.

Se tutto è cittadino allo stesso titolo, allora nulla è normativo; se nulla è normativo, a decidere sarà inevitabilmente ciò che normativo è sempre stato quando la ragione abdica: la forza, la pressione, l’interesse, l’apparato, il consenso. Questa è la modernità che accomuna destra e sinistra quando entrambe preferiscono la formula dell’apertura al peso del giudizio: un mondo in cui il linguaggio del bene viene sostituito dal linguaggio dell’ammissibile, e l’ammissibile, alla fine, lo decide chi governa il palco.

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