Una notte antica che resiste al tempo

Mentre in gran parte del mondo cristiano il Natale si celebra il 25 dicembre, in molte regioni dell’Europa orientale, della Russia e del Medio Oriente le luci si accendono più tardi. Per milioni di fedeli ortodossi, la nascita di Cristo viene festeggiata il 7 gennaio. Non si tratta di un “Natale diverso”, ma dello stesso Natale, vissuto secondo un altro tempo.

Alla base di questa differenza non c’è una diversa teologia dell’Incarnazione, bensì una questione di calendario.

Due calendari, una sola Natività

Molte Chiese ortodosse – tra cui la Chiesa Ortodossa Russa, la Chiesa Ortodossa Serba, la Chiesa Ortodossa di Gerusalemme e altre comunità del Medio Oriente – continuano a seguire il Calendario Giuliano, introdotto nel 46 a.C. da Giulio Cesare.

Il mondo occidentale, invece, utilizza dal 1582 il Calendario Gregoriano, promulgato da papa Gregorio XIII per correggere un errore astronomico accumulato nei secoli.

Il risultato è uno scarto di 13 giorni tra i due sistemi:

  • 25 dicembre giuliano = 7 gennaio gregoriano

Per questo il Natale ortodosso cade, agli occhi del mondo moderno, “in ritardo”.

Perché alcune Chiese ortodosse non hanno cambiato calendario?

La scelta di mantenere il calendario giuliano non è solo tecnica, ma profondamente simbolica e spirituale.

Per molte Chiese ortodosse, il calendario non è un semplice strumento cronologico, bensì parte della Tradizione vivente. Cambiarlo significherebbe interrompere una continuità liturgica che attraversa secoli di preghiera, digiuno e cicli sacri.

In Oriente, il tempo liturgico non è percepito come qualcosa da “aggiustare”, ma come uno spazio teologico:
il tempo non domina il mistero, è il mistero che santifica il tempo.

Va detto che non tutte le Chiese ortodosse seguono il calendario giuliano per il Natale. Le Chiese di Grecia, Romania e Bulgaria, ad esempio, hanno adottato il cosiddetto “calendario giuliano riformato”, che coincide con il gregoriano per le feste fisse. Questo spiega perché i Cristiani Ortodossi Greci celebrino il Natale il 25 dicembre.


Il Natale ortodosso è preceduto da un digiuno di 40 giorni, simile all’Avvento occidentale ma spesso più austero. La vigilia del 7 gennaio è segnata da un clima di attesa silenziosa, che culmina nella Divina Liturgia notturna.

Al centro della celebrazione non c’è il presepe sentimentale, ma il mistero cosmico dell’Incarnazione:
Cristo nasce per trasfigurare il mondo, non solo per consolarlo.

Le icone della Natività mostrano una grotta oscura, un Bambino avvolto in fasce che ricordano già il sudario, e Maria immersa in una meditazione profonda. È un Natale meno “romantico”, ma teologicamente densissimo.


In un’epoca dominata dalla fretta, il Natale ortodosso appare quasi come una resistenza spirituale. Celebrarlo il 7 gennaio significa affermare che non è l’agenda civile a dettare il ritmo della fede.

È lo stesso Natale di Betlemme, ma vissuto secondo un tempo che non vuole essere efficiente, bensì sacro.

E forse, proprio per questo, continua a parlare anche a chi, nel mondo occidentale, sente che il 25 dicembre è diventato troppo rumoroso per accogliere davvero il mistero di Dio che si fa uomo.