La sera del 1º marzo 1932, la casa dei Lindbergh, immersa nel silenzio dei boschi del New Jersey, sembrava un rifugio perfetto. Charles Lindbergh, eroe dell’aviazione mondiale dopo la leggendaria traversata dell’Atlantico del 1927, viveva lì con la moglie Anne Morrow e il loro bambino di venti mesi, Charles Jr.

Intorno alle sette e mezza, la balia, Betty Gow, mise a letto il piccolo nella sua cameretta al piano superiore. La casa era tranquilla: Anne si riposava, Charles leggeva nel suo studio. Fu solo verso le dieci che la balia, salendo per un ultimo controllo, scoprì che la culla era vuota.

La finestra era aperta. Sul davanzale, impronte di fango. Sotto la finestra, nel buio del giardino, una scala di legno a tre sezioni. E sulla mensola, una busta bianca, scritta con un inglese incerto:

“Caro Signore, abbiamo preso il vostro bambino. La somma è di 50.000 dollari. Niente polizia o il bambino soffrirà.”

Fu il primo atto di un dramma che avrebbe scosso gli Stati Uniti interi.


Un paese in angoscia

La notizia si diffuse in poche ore. L’eroe nazionale, l’uomo che aveva incarnato il coraggio e il progresso, era diventato il padre di un bambino rapito. Le autorità del New Jersey, insieme all’FBI, trasformarono la casa in un centro d’indagine, ma troppo tardi: curiosi, cronisti e persino amici avevano calpestato ogni traccia utile.

La lettera di riscatto era l’unico indizio. Nei giorni successivi ne giunsero altre, scritte con la stessa grafia incerta e con errori che lasciavano intravedere un’origine straniera. Il riscatto salì a 70.000 dollari.

Un uomo anziano del Bronx, John F. Condon, si offrì come intermediario. Fu lui a stabilire contatti con i rapitori, pubblicando messaggi cifrati sui giornali, come avevano richiesto.

Il 2 aprile 1932, in un cimitero del Bronx, Condon consegnò 50.000 dollari in banconote segnate a un uomo che si presentò come “John”. L’uomo promise che il bambino era sano e che presto sarebbe stato restituito. Ma di Charles Jr. non giunse nessuna notizia.


Il ritrovamento

Il 12 maggio 1932, a circa cinque chilometri dalla casa dei Lindbergh, un camionista notò qualcosa tra i cespugli lungo la strada. Era il corpo del piccolo Charles, ormai in decomposizione.

L’autopsia rivelò che il bambino era morto la stessa notte del rapimento, per una frattura al cranio. Forse un incidente, forse un colpo intenzionale: non fu mai chiarito.

L’America intera rimase attonita. Le radio trasmisero inni funebri, i giornali parlarono di “giorno di lutto nazionale”. L’eroe che aveva unito il Paese nel trionfo del volo ora lo univa nel dolore.


Una traccia di legno e di denaro

Per due anni, il caso rimase irrisolto. Poi, lentamente, cominciarono a riemergere le banconote del riscatto. Le autorità avevano registrato i numeri di serie, e ogni segnalazione veniva seguita con attenzione.

Nel settembre 1934, un benzinaio del Bronx riconobbe una di quelle banconote, usata da un uomo con accento tedesco. La targa della sua auto portò a Bruno Richard Hauptmann, carpentiere tedesco di trentacinque anni.

In casa sua, la polizia trovò 14.000 dollari del riscatto, nascosti dietro una tavola del garage. Un’analisi accurata del legno della scala usata nel rapimento rivelò che uno dei pezzi proveniva da una tavola mancante nel suo laboratorio.

Le prove sembravano schiaccianti. Hauptmann fu arrestato, interrogato per ore, e si proclamò innocente. Disse che il denaro gli era stato lasciato da un socio deceduto, Isidor Fisch, e che non aveva mai avuto nulla a che fare con il rapimento.


Il processo del secolo

Il processo si aprì nel gennaio 1935 a Flemington, New Jersey, in un clima di isteria collettiva. Le folle si accalcavano davanti al tribunale, i giornali trasmettevano resoconti quotidiani, e ogni gesto di Lindbergh veniva interpretato come segno di dolore o di giustizia.

La difesa parlò di prove indiziarie, di errori nelle perizie e di un’inchiesta condotta sotto la pressione dell’opinione pubblica. Ma la giuria non ebbe dubbi: il 13 febbraio 1935, Bruno Hauptmann fu dichiarato colpevole di rapimento e omicidio.

Dopo un anno di appelli respinti, fu giustiziato sulla sedia elettrica il 3 aprile 1936. Fino all’ultimo proclamò la propria innocenza.


L’eredità di una tragedia

Il caso spinse il Congresso ad approvare la “Lindbergh Law”, che rese il rapimento interstatale un reato federale, consentendo l’intervento diretto dell’FBI.

Charles e Anne Lindbergh, schiacciati dal dolore e dall’assedio mediatico, lasciarono gli Stati Uniti e si trasferirono in Europa.

Con il passare degli anni, molti studiosi misero in dubbio la colpevolezza di Hauptmann: alcune prove erano deboli, altre forse manipolate, e il comportamento delle autorità sollevò più di un sospetto. Tuttavia, nessun’altra verità è mai emersa con certezza.