Di Nicola Schulz Bizzozzero-Crivelli, curatore della rubrica Hic et Nunc che si occupa di psicologia, sanità e psicopatologia.
Di fronte a un femminicidio, le parole si spezzano, il tempo si sospende, e ciò che resta è una ferita collettiva che attraversa il corpo sociale. La vicenda che ha coinvolto Giada Torzullo e Gennaro Carlomagno non è soltanto una tragica cronaca, ma un grido che interpella coscienze, istituzioni, saperi. Dietro ogni atto di violenza estrema si cela un universo di segnali trascurati, dinamiche relazionali distorte, fragilità psicologiche non accolte.
Analizzare questi eventi non significa giustificare, né tantomeno ridurre la portata della responsabilità individuale, ma comprendere per prevenire, ascoltare ciò che la violenza ci costringe a vedere: un fallimento sociale, culturale e relazionale che chiama in causa tutti.
Questo articolo propone una lettura psicologico-criminologica del caso Torzullo–Carlomagno, per restituire profondità ai meccanismi che precedono l’esplosione del femminicidio e per offrire uno sguardo clinico, etico e preventivo su un fenomeno che continua a interrogare con urgenza il nostro tempo.
Come sottolinea Schulz, comprendere questi meccanismi non significa giustificare l’atto, ma riconoscere la necessità di una lettura profonda delle dinamiche relazionali e familiari per una reale prevenzione della violenza di genere».

Un femminicidio dentro la relazione coniugale
Il femminicidio di Federica Torzullo, per il quale è stato indicato come responsabile il marito Claudio Carlomagno, si colloca all’interno di una relazione coniugale, contesto che la letteratura psicologico–criminologica identifica come a rischio elevato di violenza letale. In tali situazioni, l’omicidio non è da considerare come un’esplosione di rabbia improvvisa, ma piuttosto come il possibile esito di una progressiva escalation relazionale compromessa.
Dal punto di vista della psicologia clinica, la dinamica può essere influenzata da funzionamenti narcisistici: in questi casi, la partner non è percepita come un soggetto autonomo, ma come un’estensione dell’identità del partner, necessaria alla sua regolazione interna. La perdita o la rottura del legame viene allora vissuta non solo come un abbandono, ma come un attacco all’integrità del Sé.
Il collasso familiare: suicidio e vergogna transgenerazionale
Il suicidio dei genitori di Carlomagno, avvenuto a pochi giorni dal femminicidio e per impiccagione, rappresenta un elemento psicologicamente e simbolicamente potentissimo. La sequenza tragica evidenzia una continuità distruttiva che si trasmette attraverso i legami familiari. Alla distruzione del legame coniugale segue infatti l’autodistruzione del legame genitoriale.
Secondo l’analisi di Schulz, questo tipo di evento può essere letto come espressione di un collasso emotivo e simbolico, radicato in vissuti insostenibili di vergogna, fallimento e colpa genitoriale. Sul piano psicodinamico, la vergogna non elaborata può generare comportamenti autodistruttivi, soprattutto se legati all’identificazione con un figlio percepito come causa di disonore o tragedia.
Psicologia della violenza e fragilità relazionali
Il caso Torzullo–Carlomagno dimostra come gli atti estremi vadano compresi nel contesto di un sistema affettivo disfunzionale. La psicologia relazionale sottolinea come, in assenza di strumenti simbolici di elaborazione della perdita, la crisi si traduca in agiti violenti, sia verso l’altro che verso sé stessi. Il femminicidio e il suicidio condividono, in questo senso, la matrice dell’impotenza e della perdita di controllo, aggravata da un isolamento emotivo progressivo.

Sul piano criminologico, questo tipo di evento sfida le spiegazioni monodimensionali. La personalità dell’autore, i legami familiari, la storia relazionale e la cultura di appartenenza si intrecciano in una trama complessa che può condurre alla dissoluzione simultanea dei legami fondamentali: con la partner, con la famiglia, con la comunità.
Per una prevenzione reale: il ruolo della psicologia clinica e sociale
Se la comprensione non può e non deve equivalere a giustificazione, essa è tuttavia condizione necessaria per ogni tentativo di prevenzione efficace. Analizzare questi casi da una prospettiva integrata – che unisca psicologia clinica, criminologia, cultura e dinamiche familiari – permette di riconoscere segnali di allarme, fragilità emotive e tensioni relazionali che possono precedere la violenza.
Il contributo di Schulz si inserisce in questa direzione e vuole essere una lettura multilivello, attenta alle vulnerabilità emotive, alle disfunzioni identitarie e alle pressioni sistemiche, è oggi indispensabile per promuovere una vera cultura della prevenzione.
Nicola Schulz BizzozzeroCrivelli fa parte del Dipartimento di Medicina Clinica e Sperimentale, Sezione di Psichiatria, dell’Università di Pisa, ed è laureando magistrale in Psicologia Clinica e Dinamica. È in possesso di una laurea in Scienze e Tecniche Psicologiche, una laurea in Scienze del Turismo, una laurea in Scienze Politiche e Relazioni Internazionali, nonché di un master in Criminologia.
È inoltre membro delle seguenti organizzazioni scientifiche e professionali: Associazione Italiana di Psicogeriatria (AIP), International College of Neuropsychopharmacology (CINP), International OCD Foundation di Boston (IOCD), European College of Neuropsychofarmacology (ECNP), American College of Neuropsychology (ACNP), International College of Obssessive Compulsive Spectrum Disorders (ICOCS), Society of Clinical Psychology – Division 12 dell’American Psychology Association (APA), Asian Association of Social Psychology (AASP), International Association of Applied Psychology (IAAP).
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