4 dicembre 2025

di Olaoluwa Ayomide

Damasco. Ciò che avrebbe dovuto essere un tranquillo culto serale si è trasformato in uno degli attacchi più sanguinosi contro i cristiani in Siria negli ultimi anni. La sera del 22 giugno 2025, nella chiesa di Mar Elias, nel quartiere di Dweil’a, un attentatore jihadista ha fatto irruzione durante la Divina Liturgia, uccidendo almeno 22 fedeli e ferendone oltre 60. I numeri sono tuttora provvisori: alcune fonti parlavano inizialmente di 25 vittime, nel caos delle operazioni di soccorso.

Secondo testimonianze raccolte sul posto, la chiesa era gremita: famiglie, anziani, gruppi giovanili, tutti riuniti per una celebrazione ordinaria. L’aggressore, ritenuto affiliato allo Stato Islamico, ha aperto il fuoco sulla congregazione per poi attivare un giubbotto esplosivo. Alcuni testimoni hanno parlato anche di un secondo uomo armato, la cui presenza tuttavia non è ancora stata confermata in via ufficiale.

Una scena di devastazione

I sopravvissuti hanno descritto un quadro agghiacciante: panche ridotte in schegge, fumo denso, corpi sul pavimento, grida disperate che riecheggiavano tra le volte della chiesa. Le squadre di difesa civile, accorse pochi minuti dopo l’attacco, hanno estratto dalle macerie ulteriori resti delle vittime, mentre i feriti venivano trasportati negli ospedali della capitale.

L’attacco ha profondamente scosso la comunità cristiana siriana, già indebolita dalle tensioni e dai cambiamenti politici seguiti alla caduta di Bashar al-Assad nel dicembre 2024. Le reazioni internazionali non si sono fatte attendere: vescovi, patriarchi e capi religiosi di tutto il mondo hanno condannato il massacro. L’Assemblea degli Ordinari Cattolici in Terra Santa ha parlato di “male indicibile” e di un attacco diretto alla libertà religiosa.


Perché questo attacco è così significativo

Il ritorno della violenza settaria

Da anni Damasco non era teatro di un attacco così grave contro una chiesa. Colpire un luogo sacro, per di più durante un rito religioso, rappresenta un salto di qualità nella strategia dei gruppi estremisti. Le minoranze religiose, che avevano sperato in un miglioramento della sicurezza dopo la fine del regime di Assad, vivono ora con un rinnovato senso di paura.

Un banco di prova per la Siria post-Assad

Il nuovo governo ad interim si trova a gestire un Paese fragile, politicamente instabile e attraversato da tensioni settarie. L’attacco di Mar Elias mette in evidenza quanto i gruppi jihadisti stiano cercando di sfruttare il momento di transizione per riaffermare la loro presenza sul territorio e testare la capacità delle forze di sicurezza.

Una ferita per la coesistenza interreligiosa

La Siria è stata per secoli un mosaico di comunità religiose. Colpire una chiesa nel cuore della capitale rischia di minare un equilibrio già precario. Leader locali avvertono che un’escalation di episodi simili potrebbe lasciare ferite profonde nei rapporti tra cristiani e musulmani, ferite difficili da ricucire anche in una generazione.


Perché il mondo quasi non ne ha parlato

Nonostante la brutalità dell’attacco, il massacro di Mar Elias ha ricevuto una copertura mediatica sorprendentemente contenuta. Le ragioni sono diverse.

C’è anzitutto una sorta di “stanchezza narrativa”: il Medio Oriente, percepito come un teatro di crisi perpetue, genera spesso assuefazione nelle redazioni occidentali. Gli eventi drammatici si accumulano, e la tragedia rischia di diventare routine.

Il cambio di regime in Siria ha inoltre spostato l’attenzione dei media internazionali su questioni politiche, negoziati e ricostruzione, relegando sullo sfondo tragedie che non si inseriscono immediatamente in un quadro geopolitico più ampio.

La mancanza di dati immediatamente chiari sulle vittime, tipica delle situazioni caotiche, ha contribuito alla lentezza della copertura. E non va dimenticato che la violenza contro comunità minoritarie tende, purtroppo, a ricevere minore risonanza globale a meno che non si inserisca in narrazioni già consolidate.

Infine, la Siria resta un Paese difficile da coprire per i media internazionali: accesso limitato, rischi per la sicurezza, informazioni spesso filtrate o manipolate da attori locali. Tutti elementi che ostacolano una narrazione accurata e prolungata.


Il prezzo dell’oblio

Quando tragedie come quella di Mar Elias scompaiono rapidamente dai radar internazionali, il costo umano diventa ancora più doloroso. Le vittime si trasformano in statistiche, non in persone. Le famiglie sono lasciate a elaborare il lutto in silenzio. Le comunità ferite non ricevono il riconoscimento necessario per metabolizzare il trauma.

La mancanza di una pressione internazionale continua rischia inoltre di indebolire la ricerca della verità e di favorire l’impunità.

E soprattutto, ciò che non viene raccontato rischia di essere dimenticato.


Un richiamo alla memoria

Il massacro della chiesa di Mar Elias non è solo un episodio triste nella storia recente della Siria: è un monito. Ricorda quanto fragile sia la pace, quanto pericolosa sia la rinascita del fondamentalismo armato e quanto vulnerabili siano le minoranze nel contesto della transizione politica.

Raccontare ciò che è accaduto, ricordarlo e rifiutare il silenzio non è solo un dovere giornalistico, ma un atto di giustizia verso chi ha perso la vita in quella notte di terrore.