Da strumento per semplificare i servizi pubblici a infrastruttura di identificazione e monitoraggio: quando l’innovazione tecnologica si intreccia con la lealtà politica, la promessa di stabilità può trasformarsi in un sistema di controllo pervasivo.
In apparenza nasce per facilitare la vita quotidiana: pagamenti digitali, certificati, accesso ai servizi pubblici, comunicazioni con le autorità. In realtà, in Vietnam, un’applicazione governativa si sta progressivamente trasformando in qualcosa di più ampio e più inquietante: una piattaforma di identificazione, tracciamento e valutazione dell’“affidabilità” dei cittadini.
La traiettoria è nota e segue un copione già visto in altri contesti autoritari: la digitalizzazione amministrativa come porta d’ingresso per una centralizzazione dei dati senza precedenti. Ogni interazione – documenti richiesti, commenti online, partecipazione a iniziative pubbliche – confluisce in un ecosistema digitale che non si limita a registrare, ma classifica.

Il concetto di “affidabilità” diventa così una categoria amministrativa. Non solo fedina penale o conformità fiscale, ma comportamento digitale, espressioni pubbliche, adesione implicita alla narrativa ufficiale. Il dissenso non è necessariamente represso in modo plateale: viene monitorato, profilato, talvolta isolato. Il risultato è una forma di autocensura preventiva.
Parallelamente, lo spazio digitale si riempie di contenuti che promuovono “energia positiva”, slogan di stabilità e progresso, messaggi che enfatizzano crescita economica e ordine sociale. In un simile contesto, la propaganda non si impone più solo con divieti espliciti, ma attraverso la saturazione dell’ambiente informativo. Il pluralismo si assottiglia senza che formalmente venga dichiarato illegale.
Un altro elemento decisivo è il ruolo delle forze dell’ordine. Quando la polizia non si limita ad applicare la legge ma partecipa alla sua definizione e alla sua interpretazione operativa nel mondo digitale, il confine tra potere esecutivo e normativo si fa labile. La tecnologia, lungi dall’essere neutrale, diventa l’infrastruttura di una governance che integra sorveglianza e regolazione in un unico sistema.
Il regime promette in cambio stabilità, sviluppo e crescita. E in effetti il Vietnam è spesso citato come esempio di dinamismo economico nel sud-est asiatico. Ma la domanda resta: quale prezzo paga la libertà individuale quando l’identità digitale diventa condizione per l’accesso ai diritti? Se un cittadino sa che ogni parola può incidere sulla propria “affidabilità”, la libertà di espressione sopravvive solo formalmente.
La deriva del controllo non è fatta solo di repressione visibile. È fatta di infrastrutture invisibili, di algoritmi che selezionano, di criteri opachi. È una trasformazione lenta, spesso accettata perché accompagnata da comodità e servizi efficienti. Ma quando l’efficienza diventa il valore supremo, il rischio è che la dignità e l’autonomia della persona passino in secondo piano.
Il caso vietnamita interroga anche le democrazie. La digitalizzazione dei servizi pubblici è ovunque una priorità. La raccolta massiva di dati è una realtà globale. La differenza non sta nella tecnologia, ma nei limiti, nella trasparenza, nel controllo indipendente e nella tutela dei diritti fondamentali.
La stabilità può essere un bene. Lo sviluppo può essere un obiettivo legittimo. Ma se la lealtà politica diventa criterio implicito di accesso ai servizi e se il dissenso è assimilato a inaffidabilità, la modernizzazione si trasforma in una nuova forma di sorveglianza strutturale.
E allora la domanda finale non riguarda solo il Vietnam: in un mondo sempre più digitale, quanto controllo siamo disposti a scambiare per sicurezza e comodità?