Ignored Tags: $935C

Io sono Michel de Nostredame, figlio della Provenza e delle stelle.
Sono nato tra i venti del Sud, nel 1503, quando le ombre della peste ancora aleggiavano sui tetti di Saint-Rémy. Da bambino fissavo il cielo più a lungo di quanto fosse lecito: le costellazioni mi parlavano in un linguaggio che ancora non conoscevo, ma che il cuore comprendeva.

Studiai medicina, perché il corpo è la prima frontiera del mistero.
A Montpellier imparai a curare la carne, ma dentro di me cresceva la certezza che l’uomo non è solo un insieme di ossa e sangue — bensì un frammento del cosmo, che obbedisce agli stessi movimenti dei pianeti.

Quando la peste tornò, fui chiamato a soccorrere città e villaggi.
Ho visto gli occhi dei morenti riflettere la notte, e nel silenzio dei loro ultimi respiri ho sentito il tempo cambiare direzione. Ho perso moglie e figli, e quel dolore mi scagliò oltre ogni certezza. Smisi di cercare la guarigione: cercai invece il destino.

Camminai a lungo — in Italia, in Linguadoca, tra eremiti e alchimisti.
Ogni uomo che vive nell’ombra porta con sé una verità spezzata, e io le raccolsi una a una. Tornato in Provenza, mi fermai a Salon-de-Provence, dove trovai nuova quiete e una nuova sposa. Ma la notte non mi lasciava dormire: le stelle mormoravano nomi e date, come se il futuro volesse trapelare attraverso un vetro sottile.

Fu allora che iniziai a scrivere.
Davanti a me, una bacinella d’acqua e una fiamma tremolante.
Chiudevo gli occhi, e un mondo si apriva: vidi città incendiate, troni che cadevano, popoli in catene che si rialzavano.
Presi la penna e scrissi — non come un uomo, ma come un canale.
Nacquero così le “Centurie”, mille quartine sospese tra la poesia e la visione.

“Il leone giovane il vecchio supererà,
In campo bellico per singolar duello:
Nella gabbia d’oro gli occhi trapasserà,
Due ferite una, poi morte crudele.”

Le parole scorrevano da me come acqua che conosce già il suo corso.
Quando il re Enrico II morì trafitto durante un torneo, molti dissero che le mie quartine avevano predetto la tragedia.
Io non gioii, né mi vantai: perché chi vede il futuro non ne è mai padrone — ne è prigioniero.

Mi chiamarono a corte, e Caterina de’ Medici volle conoscere il mio pensiero. Le parlai con cautela: il futuro, dissi, è una nebbia che svela solo ciò che serve, mai ciò che si desidera.
Le scrissi oroscopi, consigli, ma nel fondo sapevo che anche i re tremano davanti al tempo.

Ora che la mia mano è stanca e il lume si spegne, guardo indietro e sorrido.
Gli uomini del domani cercheranno tra le mie rime un senso che forse non c’è.
Ma io non ho predetto: ho ascoltato.
E nel sussurro delle stelle ho trovato la voce eterna del mondo.

“Dalla schiavitù il popolo uscirà,
E parlerà contro i grandi signori:
Subito sarà rovesciata la fortuna,
Onore e gloria in infima miseria.”

Così parlo ancora, dalle pagine che odorano d’inchiostro e di profezia.
Io sono Nostradamus — il medico, il veggente, l’uomo che guardò il domani con gli occhi del dolore.
E mentre la notte scende su Salon, la mia penna tace, ma il cielo continua a scrivere.