In una società iper-capitalista in cui la tecnologia sembra poter risolvere ogni desiderio, la fecondazione artificiale viene spesso presentata come una scorciatoia moderna, una risposta immediata al dolore dell’infertilità. Eppure, dietro questa pratica si nascondono domande profonde che troppo spesso vengono ignorate: che cosa accade agli embrioni creati in laboratorio? Che destino spetta ai figli “in sovrannumero”, congelati per anni come oggetti in attesa di un futuro che forse non arriverà?
La verità è che la fecondazione artificiale espone la vita nascente a una fragilità radicale: produce più figli di quanti se ne accolgano, dispone degli embrioni come materiale biologico, crea bambini senza alcuna garanzia di essere amati, accolti e custoditi.
E mentre migliaia di embrioni vengono abbandonati o distrutti, in ogni Paese ci sono bambini veri, già nati, che nessuno vuole: piccoli che altri pensavano di abortire, bambini lasciati soli, vite che cercano braccia e cuore.
Non sarebbe più umano, più giusto, più profondamente materno e paterno rivolgere lo sguardo a loro? Accogliere un bambino già esistente, salvargli la vita, offrirgli una famiglia, invece di crearne in laboratorio altri che rischiano di essere scartati?
La strada dell’adozione non è semplice né immediata, ma è l’unica via che trasforma il dolore di una coppia in un atto di amore puro, non in un processo tecnico. È un sì all’umano, non alla produzione. È un sì alla vita così com’è, fragile, concreta, reale. È scegliere un cuore, non un procedimento.
Negli Stati Uniti e in altre parti del mondo stanno nascendo aziende che propongono un servizio tanto nuovo quanto inquietante: incorporare embrioni da fecondazione in vitro all’interno di gioielli—anelli, pendenti, orecchini—presentati come “ricordi eterni” di figli mai nati.
Secondo i loro creatori, queste creazioni avrebbero l’obiettivo di “onorare la vita” trasformando gli embrioni congelati in un oggetto prezioso. Ma in realtà siamo davanti a una delle derive più estreme della cultura contemporanea: la mercificazione del corpo umano, anche nelle sue fasi più fragili.
La retorica del “rispetto della vita”
Le aziende che promuovono questi gioielli parlano di “profondo rispetto per l’essenza della vita”.
Ma per la sensibilità cristiana, e per il buon senso etico, questa retorica appare quasi ironica. Perché il presupposto è sempre lo stesso: l’embrione non vive più. E viene trasformato materialmente in un oggetto indossabile, un accessorio destinato al consumo, alla moda, all’usura, persino allo smarrimento.
Lungi dall’essere una forma di rispetto, questa operazione implica un passo ulteriore dopo la pratica già discussa e dolorosa dell’abbandono o della distruzione degli embrioni: trasformare un essere umano in un prodotto.

Embrioni: non “materiale biologico”, ma figli
Chi ricorre alla fecondazione in vitro spesso non si rende conto della realtà biologica degli embrioni congelati. Eppure la Chiesa, come anche una parte della scienza, ricorda che:
- un embrione non è un “ammasso di cellule”,
- ma un essere umano unico, con un proprio patrimonio genetico completo,
- il cui sesso, colore degli occhi, tratti fisici e potenzialità di sviluppo sono già determinati dal momento della fecondazione.
Gli embrioni crioconservati sono, quindi, figli veri e propri, sospesi nel tempo in un limbo di esistenza. La loro dignità non dipende dal fatto che saranno portati a termine o meno.
Molte donne che si trovano con embrioni congelati vivono una situazione emotivamente devastante:
- non possono più affrontare una gravidanza;
- non vogliono donarli a estranei;
- non vogliono pagarne lo stoccaggio per sempre;
- non sopportano l’idea di farli distruggere.
È da questo dolore comprensibile che queste aziende si insinuano, offrendo una narrazione consolatoria:
“Lo terrai sempre con te.”
Ma la soluzione proposta è semplice: il bambino muore e diventa un gioiello. Una scelta che mette al centro non il bene del figlio, ma il bisogno psicologico dei genitori.
Quello dei “gioielli embrionali” è il punto più estremo di un percorso iniziato molto prima:
la trasformazione della procreazione in un processo tecnico, industriale e contrattuale.
Quando la vita non nasce più dall’incontro affettuoso tra un uomo e una donna, ma da un laboratorio, è facile—dice l’articolo originario—che l’essere umano cominci a essere trattato come prodotto:
si produce, si conserva, si scarta, si modifica, e alla fine… si trasforma.
In questo senso, il gioiello non è un atto d’amore: è l’ultimo stadio della logica del mercato applicata alla vita umana.
Per chi vive il dramma degli embrioni congelati, la Chiesa ricorda che la dignità non si perde con la morte. Come ogni essere umano, un embrione merita un luogo di riposo, non un luogo di esposizione.
La sepoltura, o altre forme rispettose di commiato, permettono ai genitori di vivere un lutto vero, non una sua negazione estetica.
Questo fenomeno è un segno dei tempi:
quando il processo della vita viene sottratto alla sua radice relazionale e trasformato in tecnica, anche la morte diventa un prodotto.
La fede cristiana, invece, custodisce una visione opposta:
ogni essere umano, anche il più fragile e invisibile, è fine e non mezzo, persona e non oggetto, dono e non prodotto.
La dignità della vita non può essere indossata come un accessorio.
Può solo essere amata, accompagnata, custodita.
Liliane Tami
Non trasformare il tuo bambino in una collana | Rivista Catholic Answers