Se gli Stati Uniti attaccano, finisce tutto. Anche la NATO

«Se gli Stati Uniti ci attaccano, finisce tutto. Anche la NATO».
Le parole del primo ministro della Groenlandia, Jens-Frederik Nielsen, riportate dalla stampa europea, suonano come un paradosso solo in apparenza. In realtà, rivelano una frattura profonda che attraversa oggi l’Occidente: la crisi del principio di alleanza in un mondo che sta rapidamente scivolando verso una nuova logica di potenza.

La Groenlandia, immenso territorio artico formalmente legato al Regno di Danimarca ma dotato di un’ampia autonomia, è tornata al centro dell’attenzione internazionale. Non per caso.

L’Artico: nuova frontiera del XXI secolo

Il progressivo scioglimento dei ghiacci ha trasformato l’Artico in una zona strategica cruciale: nuove rotte commerciali, risorse minerarie, terre rare, basi militari. In questo scenario, la Groenlandia è un nodo decisivo, sia dal punto di vista militare sia da quello energetico.

Già in passato Donald Trump aveva suscitato scalpore proponendo apertamente l’idea di “acquistare” la Groenlandia. All’epoca sembrò una provocazione. Oggi, alla luce delle tensioni globali e del ritorno di una politica estera più assertiva, quelle parole appaiono meno folkloristiche e più programmatiche.

Non a caso, secondo fonti europee, diversi leader UE guardano con crescente preoccupazione a un’America che “fa sul serio”.


Il paradosso NATO: alleati o protettorati

La dichiarazione di Nielsen colpisce nel cuore l’Alleanza Atlantica. La NATO si fonda su un presupposto semplice: gli alleati non si minacciano, si difendono a vicenda.

Ma cosa accade se la pressione non arriva da un nemico esterno, bensì dall’alleato più potente?

La Groenlandia non è uno Stato sovrano membro della NATO, ma fa parte di un Paese – la Danimarca – che lo è. Un’eventuale forzatura americana sul territorio groenlandese metterebbe in crisi non solo il diritto internazionale, ma la credibilità stessa dell’alleanza occidentale.

Se l’ombrello NATO non protegge i più deboli dai più forti, allora non è più un’alleanza, ma una gerarchia imperiale.


Sovranità piccole, appetiti grandi

La reazione groenlandese è significativa perché rompe un tabù: quello secondo cui i piccoli devono tacere davanti ai grandi. Nielsen non parla da ideologo, ma da leader responsabile di un territorio fragile, scarsamente popolato, esposto alle pressioni delle superpotenze.

La sua frase non è una minaccia, ma una constatazione: un attacco – anche politico o economico – da parte degli Stati Uniti segnerebbe la fine dell’ordine occidentale così come lo conosciamo.

Non si tratterebbe solo di Groenlandia. Si tratterebbe di stabilire se il diritto vale ancora qualcosa o se la forza è tornata a essere l’unica moneta geopolitica.


Un Occidente che rischia di implodere

In un mondo già segnato dalla guerra in Europa orientale, dal conflitto in Medio Oriente e dalla crescente tensione nel Pacifico, l’ipotesi di una frattura interna all’Occidente è forse lo scenario più pericoloso di tutti.

Perché quando gli imperi smettono di riconoscere limiti, non crollano per l’attacco dei nemici, ma per implosione morale e politica.

La Groenlandia, terra di ghiaccio e silenzio, sta lanciando un avvertimento che va ben oltre i suoi confini:
senza rispetto della sovranità, nessuna alleanza può sopravvivere.