Grillo e Salvini * sono pronti a partire per l’Acropoli – di Gianfranco Soldati

* Che coppia! (ndR)

Grecia Wytt (2)2 luglio 2015, data di stesura di queste note, in attesa della loro pubblicazione, spero prima del 5 luglio. (facciamo il 4, okay?, ndR)

Letto con attenzione la stampa italiana e tedesca disponibile qui a Rovigno, meravigliosa cittadina istriana (Croazia), con meravigliose spiagge attorniate da meravigliose foreste di sempreverdi, a gratuita disposizione di tutti, sdraio esclusa ma sempre a poco prezzo se si fa il paragone con Alassio (presunte 5 stelle per i prezzi, meno di 3 per la realtà) o anche con la riviera adriatica italiana (2 stelle al massimo). Una meraviglia delle meraviglie! Pagine su pagine dedicate alla Grecia e in particolare al referendum indetto per il 5 luglio dal governo greco.

Soldati 127 cSentito e visto a Rai3 Nichi Vendola, che in opposizione a Matteo Salvini e Beppe Grillo, pronti a partire per l’Acropoli per sostenere il no di Alexis Tsipras, proclama: “Noi siamo europeisti convinti, ma siamo anche convinti che l’Europa con questa sua politica dell’”Austerity” si sta suicidando”. Una stranezza, quella del comunista ecologico pugliese. In sua vece avrei proclamato: “Noi siamo antieuropeisti convinti, ma siamo anche convinti che l’Europa con questa sua politica dell’”Austerity” si sta suicidando”. Come mai, partendo da giudizi diametralmente opposti, loro “pro”, noi “contro”, giungiamo alla stessa precisa conclusione? Per almeno due motivi, facilmente individuabili.

1. Loro (Vendola e kompagni) sono convinti che l’UE, che assimilano all’intera Europa, è intrinsecamente buona e deve solo cambiar politica per condurre al benessere e alla felicità la popolazione europea. Essere di sinistra convinta, praticare senza riserve la buona condotta ecologica e sentirsi liberi come farfalle (SEL, Sinistra, Ecologia e Libertà) potrebbe ampiamente bastare a realizzare una vita perfetta, ma se lo si può fare nel quadro di un’utopia come quella paneuropea sarebbe ancora meglio. I progressisti hanno bisogno di utopie come noi del pane.

2. Noi (quelli che condividono i miei pregiudizi) siamo convinti che l’EU e ancor più l’Euro sono costrutti mal ideati e ancora peggio realizzati, obbligati allo sfacelo dalla politica che si sono dati. Avessero rispettato tutti il trattato di Maastricht da tutti firmato, imponendo subito drastiche sanzioni a chi non lo ha rispettato, Francia e Germania prima di altri, oggi i plutocrati di Bruxelles non si troverebbero costretti a versare calde lacrime di coccodrillo, supplicando il frastornato popolino greco di mettere nell’urna un “sì” di cui nessuno sa bene l’effetto che farà. Esattamente come Tsipras e Varoufakis, e noi con loro, non sanno quello del “no”.

La lettura della stampa, quotidiani di differente schieramento politico, e l’ascolto di queste interviste ci convince e conferma nella nostra opinione che l’essere umano, messo di fronte ad imponderabili, è incapace di ragionamenti e giudizi che non siano basati sui propri pregiudizi. Questa osservazione è naturalmente in primo luogo valida per me. Non so e non riesco a immaginare se l’uscita dall’UE (cosiddetta “Grexit”), con o senza abbandono della zona Euro, sarà o non sarà benefica per il popolo greco. Tendenzialmente sarei propenso a pensare che sarà dannosa, perché cesserebbe la pioggia di crediti inesigibili provenienti da Bruxelles (in realtà da Berlino), da Francoforte (BCE di Draghi) e anche dalla Svizzera (FMI di Christine Lagarde) da una parte, e dall’altra i greci si sono oramai abituati da più di un decennio a vivere a sbafo, nel senso del vivere oltre le proprie possibilità. “Io non sono mica scemo”, come recita la famosa ed efficace pubblicità, se mi si facesse credito illimitato anch’io viaggerei con una nuovissima Rolls Royce decapottabile invece di spostarmi con una decrepita macchinetta d’occasione largamente al disopra dei 200’000 km. Ma per i miei munifici creditori avrei più rispetto di quel che non abbiano i comunisti di Tsipras per i loro.

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Raoul Ghisletta mi ha stupito poche settimane fa, quando ha comunicato al colto e all’inclita che lui con il programma del suo partito, che auspica candidamente e pervicacemente l’adesione pura e semplice all’UE, e con la politica del suo sindacato, che accetta supinamente la libera circolazione propugnando solo ulteriori misure di affiancamento, non è più d’accordo. Un po’ tardi, annotavo, ma meglio tardi che mai.

Oggi, 2 luglio 2015, Raoul mi stupisce ancora, quando il CdT riferisce di un suo intervento in Comune in favore di alberi centenari da preservare con ogni cura. Gli alberi, anche i più miserelli, sono gioielli della natura, e quelli ultracentenari sono i suoi diamanti. La natura per costruirli impiega centinaia di stagioni, una fatica immensa, anche se per sua natura la natura non è mai stanca. Si dice che le maestose sequoie arrivino vive ai 4000 anni di età. A Palombara Sabina, a pochi km da Roma, sul terreno di un mio parente, sta un olivo che secondo la tradizione locale è stato piantato prima della nascita di Cristo. Non so se sia vero, perché le piante non hanno certificati di nascita, ma quel che resta dell’olivo ha sicuramente tanti secoli sulle spalle: in pratica l’albero è ridotto ad una corteccia che ricopre un po’ di legno rinsecchito, disposta in cerchio irregolare di un diametro quasi tutto cavo di 12-15 metri. Dalla corteccia spuntano ramoscelli che non portano frutti da generazioni. Ma l’albero viene trattato con ogni amorevole cura e fatto oggetto di visite domenicali.

I nostri vecchi gli alberi li rispettavano per forza, per il taglio avevano a disposizione solo seghe e scuri di varia dimensione, l’abattimento di un albero domandava una fatica per noi quasi inimmaginabile, un impiego generoso di “sungia da gumbat”. Chi non avesse un’idea di cosa fosse la fatica dei boscaioli si legga l’interessantissimo libro di Abele Sandrini, edito da Dadò, “Boschi, boscaioli e fili a sbalzo”. Descrive minutamente un mondo di incredibili fatiche e pericoli, mondo che è stato quello di tanti nostri antenati e che sta oramai scivolando definitivamente nella nebbia dell’oblìo. Oggi il nemico mortale degli alberi si chiama motosega, in pochi minuti metti in terra un albero che prima chiedeva una o due ore per essere abbattuto, stesso discorso per la sramatura e idem per la riduzione del legname a dimensioni da stufa o caminetto, oggetto di accurate ponderazioni prima di mettere mano alla scure. Anche il reggere una motosega per 8 o 10 ore è una fatica tremenda, ma al posto di 1 o 2 alberi in una giornata di lavoro abbatti un bosco intero.

Non conosco naturalmente tutte le città e comunità del mondo, ma sulla base di quel che ho visto la città che ha gli alberi più belli è Ginevra, sia nella città stessa che nelle sue campagne. E` per averci vissuto 7 anni che ho imparato ad amare questi diamanti della natura che tanto piacere ci procurano senza nulla chiedere, salvo che di rispettarli (odio le capitozzature) e lasciarli vivere.

Per il suo intervento in favore della tutela degli alberi presenti su suolo pubblico Raoul Ghisletta si merita un ringraziamento anche da chi non ne condivide tutte le idee.

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Stando a quanto scritto da Giuseppe Sergi sul CdT alla recente conferenza cantonale del PS Pietro Martinelli avrebbe dichiarato che “l’UE è l’ultima delle nostre utopie, non è solo un fattore economico, ma anche culturale e di visione del mondo”. E ci risiamo! Helmut Schmid, forse l’esponente del mondo politico di sinistra che ha lasciato il miglior ricordo di sé, ha detto un giorno: “Quando sento un politico parlare di visioni gli consiglio di consultare uno psichiatra”. Amaro per lui, Martinelli, che questa oramai agonizzante UE sia l’ultima utopìa (di tante, come quella di voler, anzi poter cambiare il mondo) che gli è rimasta. A ottant’anni suonati deve essere durissimo da sopportare.

Nel suo sconcertante articolo Sergi insiste fino alla noia su un maldefinito termine “socialliberale” di difficile, almeno per me, comprensione. Non vorrei, dopo la disastrosa presidenza di Saverio Lurati (disastrosa per loro, non per me), che si preannunci un ritorno alla politica, sarebbe il secondo dopo il primo tentativo fallito con il partito liberalsocialista, di Rossano Bervini, con un nuovo progetto di partito socialliberale.

Gianfranco Soldati