Al servizio della vita, non della morte – di Pio Eugenio Fontana

“Ci interroghiamo sull’esistenza di persone che hanno fatto del suicidio assistito un vero e proprio mestiere, da cui trarre profitto”

angelo-della-morte yIn un suo recente articolo il prof. Cavalli si è scagliato con veemenza contro la Commissione sanitaria del Gran Consiglio che ha respinto la proposta di Michela Delcò Petralli che voleva costringere le strutture sanitarie del Canton Ticino, ospedali, cliniche e case per anziani, ad accogliere le pratiche di suicidio assistito promosse da Exit e Dignitas. Egli sostiene che tale rifiuto violerebbe un diritto di chi, sano o malato, desidera suicidarsi e dimostrerebbe l’arretratezza del nostro cantone. La presa di posizione, di Cavalli, fortemente ideologica, stupisce per la sua fragilità dal punto di vista giuridico ed etico.

Pio-E-Fontana-1-smAnalizziamo, dapprima, la supposta «fondamentalità del diritto di ogni persona di suicidarsi». La Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo, documento adottato dalle Nazioni Unite nel 1948 e considerato basilare per le moderne democrazie, cita espressamente il diritto alla vita di ogni essere umano (articolo 3) e in nessuna sua parte quello alla morte. Anche la Costituzione federale e la Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali (CEDU) non citano affatto il suicidio tra i diritti fondamentali del cittadino.

L’articolo 115 del Codice penale parla di «Istigazione e aiuto al suicidio» ricordando che: «Chiunque per motivi egoistici istiga al suicidio o gli presta aiuto è punito, se il suicidio è stato consumato o tentato, con una pena detentiva sino a 5 anni o con una pena pecuniaria». Questo articolo, dunque, non riconosce affatto – come erroneamente sostiene Cavalli – «… esplicitamente la fondamentalità del diritto al suicidio di ogni persona», ma si limita a definire le pene da comminare a chi, per interesse personale, istiga od aiuta qualcuno a togliersi la vita.

E dovrebbe, anzi, spingerci a domandarci per quale ragione la magistratura non intervenga per verificare l’operato delle società che «aiutano» i suicidi, visto che una loro prestazione può costare al morituro da 3.500 (Exit) a 30.000 franchi (Liberty Life), quando il costo del «farmaco» letale da somministrare ammonta, ad esagerare, a qualche decina di franchi. Queste cifre dovrebbero interrogarci sull’esistenza di persone che hanno fatto del suicidio assistito un vero e proprio mestiere, da cui trarre profitto, in violazione al Codice penale.

Dal punto di vista etico, le affermazioni del noto oncologo, sono ancora più inconsistenti. La stragrande maggioranza degli operatori sanitari svolge ancora la sua missione basandosi su un codice etico che, trovando le sue radici ideali nel giuramento d’Ippocrate del 600 A.C. («…non somministrerò ad alcuno, neppure se richiesto, un farmaco mortale, né suggerirò un tale consiglio…»), impone di proteggere la vita e di aiutare i sofferenti. Il che non vuol dire necessariamente prolungarla artificialmente in caso di malattie inguaribili che portano a gravi sofferenze. Negli ormai 25 anni di pratica come medico ospedaliero, come geriatra e come palliativista, molti pazienti mi hanno chiesto di aiutarli a morire. La stragrande maggioranza di loro, nell’invocare la morte, in realtà, mi dicevano: «Dottore, ho un dolore terribile, non ce la faccio più!». Oppure: «Ho il morale a pezzi, sono disperato!». O ancora: «Sono da sola, non ho più nessuno, perché e per chi devo vivere ancora?».

La quasi totalità di queste persone, una volta lenito il dolore, migliorato l’umore e ritrovato un po’ di rispetto e d’amore, hanno accettato le cure palliative volte a controllare i sintomi senza prolungare la vita che gli abbiamo offerto, scegliendo di continuare a vivere e di trascorrere con rinnovata dignità l’ultima parte di quel cammino che chiamiamo vita. Certo, ognuno di loro ha richiesto un grande impegno professionale ed umano da parte di tutti coloro che se ne sono occupati. Ad ognuno di loro abbiamo donato molto tempo e, non raramente, una parte della nostra anima. Un veleno sarebbe stata senza dubbio una risposta più rapida, «igienica» e molto più economica. Avrebbe fatto contento soprattutto chi è preoccupato della spesa sanitaria, sempre e solo quando sono gli altri a doversi curare.

Cosa sarebbe rimasto della nostra missione e della nostra umanità se avessimo scelto questa via sbrigativa, se ci fossimo negati a chi ci domandava un aiuto ben diverso? E come vivremmo l’eventuale approvazione di una legge che dovesse imporci di assistere, se non a collaborare, alla eliminazione fisica di chi, trovandosi in situazione di debolezza e grave fragilità, riceverà un veleno come facile risposta alla sua disperazione? No, caro professore, se il nostro Cantone dovesse rifiutare una legge del genere, non sarà affatto una violazione del suo fantomatico «diritto fondamentale della gente di uccidersi» (ma se lo ritiene così fondamentale, perché ha sostenuto l’iniziativa che voleva togliere l’arma d’ordinanza dalle case per ridurre il rischio di suicidio?), ma la conferma che, almeno in questa parte del nostro Paese, la vita umana ed il diritto dei sofferenti a cure di qualità hanno ancora un valore. E, le assicuro, saremmo in moltissimi ad esserne rincuorati.

Dr. Pio Eugenio Fontana

(già pubblicato sul Corriere del Ticino)