Passaporto: documento di viaggio? – di Tito Tettamanti

Da John Lennon che cantava “Imagine” a un mondo senza nazioni

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Tito Tettamanti, con la sua abituale lucidità ed assumendo una posizione precisa, affronta il tema del giorno, dominante e ossessivo: la globalizzazione mondiale, il superamento (o dissoluzione) degli stati nazionali, il “melting pot” delle etnie, il profluvio dei migranti. Il Terzo millennio ha preso, da subito, caratteristiche sconvolgenti.

Il declino del mondo occidentale, smarrito e impotente, prima ancora nella testa che non nelle armi, è assolutamente evidente. Ha governato il mondo per secoli ma si è convinto di non essere più niente.

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Le cronache ci hanno riportato di atteggiamenti e abbigliamenti di giocatori della Nazionale svizzera di calcio che hanno riacceso il dibattito sull’opportunità di avere uno o più passaporti.

Difficile dare una risposta all’interrogativo se prima non chiariamo cosa deve rappresentare il passaporto. È un semplice documento di viaggio, un po’ più solenne di un abbonamento delle FFS ma con scopi non molto dissimili? Un’attestazione civica che permette di confermare le proprie generalità?

Se questo è il valore che diamo in genere ai passaporti può anche essere conveniente averne diversi, come ormai abbiamo tutti diverse carte di credito.

Per me, e per molti come me, è non solo riduttivo ma addirittura umiliante considerare in tal modo il valore e la funzione di un documento che è l’attestazione della qualità di cittadino o cittadina di un Paese.

E qui si scontrano due visioni del rapporto tra cittadino/a e Stato. Nel caso del passaporto documento di viaggio, i cittadini si considerano dei semplici utilizzatori (e talvolta approfittatori) dei servizi dello Stato, dei beneficiari di quanto lo Stato deve (anche se non ha i mezzi) distribuire. È lo stesso rapporto che si può avere con un fornitore, che si può anche mettere in concorrenza con altri (grazie ai passaporti plurimi) e che si può evidentemente cambiare.

Se, invece, il passaporto attesta la qualità di cittadino/a di un Paese, di votante e pertanto partecipe alle decisioni sul suo destino e futuro il rapporto non è tra cliente e fornitore, ma di totale partecipazione, di unione, di forti sentimenti e reciproci legami.

Si può essere titolari solo di un passaporto, se si vuol essere partecipi dell’immaginario, delle leggende, dei miti, della storia di un Paese nel quale ci si identifica ed esserne orgogliosi. Tali valori possono venir acquisiti e assimilati anche con la naturalizzazione.

Ognuno può fare le proprie scelte ma non si può ignorare che esse sono la conseguenza, anche se inconscia, dell’orientamento socio-politico ed ideologico che seguiamo, di come vediamo il futuro della nostra società.

La pluralità di passaporti potremmo considerarla espressione di quella società priva di punti di riferimento, disancorata e quindi definita da Zygmunt Bauman «liquida». Espressione di quel moderno relativismo per cui una cosa vale l’altra e quindi un passaporto ne vale un altro, la Patria ridotta a espressione burocratico-organizzativa nell’ambito di una generica mondialità diretta da una rete di organizzazioni internazionali.

Chi come me non concepisce di avere più di un passaporto, è ancorato per contro a valori quali l’amor patrio, all’identificazione nelle caratteristiche, nella storia, nei miti che sono il bagaglio del proprio Paese, verso il quale non si hanno solo diritti (specie economici) come alle continue rivendicazioni odierne ma anche doveri.

L’utopia di John Lennon che cantava «Imagine» sognando un mondo senza frontiere, senza nazioni, senza religioni si è tradotto in una concezione globalista. Oggigiorno, come provato anche dalle difficoltà dei movimenti politici che hanno dominato il secolo scorso, la frattura non è più tra destra e sinistra, distinzione talvolta confusa e sicuramente superata, ma tra mondialisti con le proprie tecnocrazie internazionali e d’altro canto cittadini che credono ancora nelle strutture e valori nazionali con le loro articolazioni democratiche. Il filosofo inglese Roger Scruton ha definito «oicofobia» l’autoflagellazione, la continua denigrazione dei nostri costumi, della nostra cultura oggi di moda in una masochistica volontà di distruggere i valori occidentali. I buoni sono solo gli altri.

La tecnocrazia mondialista ha tolto ancore e sogni, come pure i legami d’orgoglio per il proprio passato alle popolazioni, ma non ha saputo mantenere le promesse economiche che costituivano il prezzo per imporre il distacco dalla propria storia e dalle proprie radici.

Le masse deluse tornano a sognare e si aggrappano a movimenti non privi di pericoli ma che li riportano nell’alveo naturale in quella Patria che dà loro possibilità di identificazione e di (più o meno giustificati) orgogli.

La pigrizia, il pragmatismo acefalo non possono farci dimenticare che la scelta per uno o più passaporti oggi è una scelta di campo.

Tito Tettamanti

(pubblicato nel CdT e riproposto con il consenso dell’Autore e della testata)