“RCEP”, un farmaco? (tutt’altra cosa) – di Vittorio Volpi

I leaders di 15 nazioni asiatiche hanno sottoscritto un accordo storico per legare le loro economie per gli scambi commerciali, la protezione dei know-how, la riduzione delle tariffe. Una trattativa di grande rilevanza non solo perché rappresenta un passo avanti verso un modello tipo Unione Europea, ma perché rappresenterà un bel pezzo dell’economia mondiale.

Si chiamerà appunto RCEP, ovvero Regional Comprehensive Economic Partnership (Associazione Economica Omnicomprensiva Regionale). L’inizio delle negoziazioni risale ormai a 10anni fa, date le implicazioni geopolitiche. Si è trattato, ed è, un allargamento del già preesistente Asean (Associazione delle nazioni del Sud-Est asiatico, Brunei, Cambogia, Indonesia, Laos, Malesia, Birmania, Filippine, Singapore, Tailandia e Vietnam) alle quali si sono aggiunte Australia e Nuova Zelanda, ma, e qui vien il bello, anche Cina, Giappone e Corea del Sud.

Queste economie oltre che avere miliardi di cittadini insieme, rappresentano nel complesso 1/3 dell’economia del pianeta. Un dato ancor più rilevante, fanno parte di quella zona geografica dove si sta concentrando la parte più dinamica, ricca di crescita e di opportunità del globo.

L’accordo mira a ridurre le tariffe e la burocrazia, le regole di origine dei prodotti che possono facilitare le catene di approvvigionamento internazionale ed il commercio all’interno della regione. Se partecipasse l’India che si è rifiutata di unirsi all’accordo, parleremmo di 3 miliardi di persone, ovvero il 45% della popolazione mondiale ed il 40% del commercio mondiale.

Tutto bello sulla carta, ma vediamo fra le righe che significa, oltre all’aspetto economico. In primis, sebbene non sia stato il promotore, è un grande successo per la diplomazia cinese. Ha siglato un accordo che “esclude” gli Stati Uniti, autori di una grande papera. Obama aveva in mano l’accordo multilaterale con il TPP (Trans Pacific Partnership) che aveva le stesse ambizioni del “RCEP” ed escludeva la Cina, ma l’arrivo di Trump con il suo “America First”, l’antipatia per il multilateralismo e la guerra commerciale con la Cina, gli ha fatto ripudiare l’accordo, mettendo in imbarazzo l’ex Premier giapponese Abe che per questo si era battuto in patria.

Puntuale la voce del Premier cinese Li Keqiang nel cantare vittoria: “Una vittoria per il multilateralismo ed il libero scambio” (fonte l’agenzia cinese Xinhua). Con un solo colpo la Cina ha messo l’avversario Usa in un angolo nelle lotta, ormai senza esclusione di colpi, per il predominio nell’area Asia-Pacifico. Il va sans dire, più del commercio ciò che conta a Pechino è la vittoria politica.

In secondo luogo, l’accordo è un altro successo cinese che vorrebbe che globalizzazione e libero scambio continuassero. Con questi modelli l’economia cinese è riuscita a prosperare fino a diventare in termini di PPP la prima economia del mondo. Ovvio che squadra vincente non si cambia…..

Curiosità: come mai questo annuncio è avvenuto proprio nel momento di transizione a Washington fra Trump e Biden? Sarà un caso fortuito, ma sicuramente coincide con un avvertimento a Biden per smetterla con le sanzioni ed un estremo bilateralismo.

Altro quesito: perché non c’è l’India?

Sembrerebbe per due ragioni. Il Presidente Modi ritiene che l’India sia ad un livello di sviluppo che necessita di un certo grado di protezionismo per non danneggiare la sua fragile economia, inoltre la Cina non è il migliore amico, attesi anche i recenti scontri di frontiera e l’aggressività cinese.

Ultima domanda, questo accordo funzionerà? Sulla carta si, ma richiederà tempo perché lo stadio di sviluppo economico e sociale dei partners è molto diverso, spesso dal giorno alla notte. Inoltre è difficile pensare che gli Stati Uniti, pur ammettendo d’esser soggetti ad un evidente declino sociale ma non militare, con la nuova amministrazione lasceranno fare.

L’area del RCEP ha un potenziale di sviluppo straordinario, ma le tensioni ed i problemi latenti e visibili dal Mar cinese meridionale alla Corea del Nord, Taiwan, non mancano e potrebbero mettere a serio rischio lo sviluppo del potenziale economico.

Vittorio Volpi