Nella notte fra sabato e domenica violente esplosioni hanno scosso il centro di Tripoli, dove si trova il quartier generale di Gheddafi e i quartieri periferici della capitale. In quattro mesi di raid aerei i morti fra i civili sarebbero oltre mille, come comunicato dalla Croce rossa libica.

Siccome i bombardamenti aerei dell’alleanza non li aiutano a guadagnare terreno né sono utili alla causa per la quale si battono (la caduta del regime, la scomparsa di Gheddafi, il suo esilio o la sua morte), i ribelli fanno del loro meglio per impressionare le truppe del regime.
Di fatto gli insorti controllano circa la metà del territorio ma la loro politica di persuasione è fatta di attacchi simultanei in diverse località ai quattro angoli del paese, per mostrare che sono ovunque.
Hanno lanciato razzi sulla città petrolifera di Marsa el Brega, sull’oasi di Katroun, a 1000 chilometri da Tripoli, sulla città costiera di Misratah e nelle montagne del Djebel Nefoussa. In questo modo intendono mostrare la loro supremazia per convincere a disertare quei soldati che non sanno bene in che campo stare, se dalla loro parte o dalla parte del colonnello Gheddafi.

Gheddafi che dopo qualche settimana trascorsa in un discreto silenzio per sfuggire al pericolo di attentati ha ripreso coraggio.
In un concitato discorso pubblico sabato ha dichiarato che quanto accade in Libia è un complotto colonialista per invadere il paese e occupare i giacimenti di petrolio, con lo scopo di estendere poi l’occupazione alla Tunisia, all’Egitto e alla penisola arabica del Mar Rosso.
Gheddafi ha poi assicurato che il regime non ha mai ordinato alle sue truppe di bombardare la popolazione civile, cosa che invece da mesi stanno facendo gli aerei della Nato.

Domenica il governo di Angela Merkel ha comunicato l’intenzione di dare ai ribelli libici aiuti civili ed umanitari per un valore pari a 100 milioni di euro.
Il governo tedesco auspica che queste risorse vengano impiegate nella ricostruzione del paese, una ricostruzione che però appare molto lontana di fronte al perdurare di questa strana guerra.
Dopo l’incontro a Tunisi fra responsabili del suo governo ed emissari americani, il colonnello ha fatto sapere di essere pronto a dialogare nuovamente sia con gli Stati Uniti che con i ribelli. Il portavoce del regime, Moussa Ibrahim, ha dichiarato che le trattative con i rivoltosi avverranno solamente quando questi deporranno le armi.