Che il numero dei frontalieri sia ormai fuori controllo è evidente. Questo non vale solo a livello cantonale, dove i frontalieri sono notoriamente 55mila, ma anche a livello luganese: sia nella città che nel distretto.
Per quel che riguarda il distretto: ad inizio 2008 a Lugano lavoravano 20’642 frontalieri; nel secondo trimestre 2012, la cifra era salita a 26’520. Dunque, un aumento di seimila unità.

La situazione sul territorio della Città di Lugano non è più rallegrante. In questo caso il numero dei frontalieri è passato, sempre nello stesso periodo, da 8655 a 10’883. Quindi quasi 2500 in più.
Contemporaneamente la situazione sul fronte delle persone in disoccupazione ed in assistenza risulta degradata. Basti pensare che a Lugano nei primi sette mesi del 2011 l’Ufficio del controllo abitanti ha rilasciato 1002 formulari per l’iscrizione alla disoccupazione, cifra che nello stesso periodo del 2012 era salita a 1114. Particolarmente inquietante il dato relativo alle richieste di persone ultracinquantenni, che segna un aumento del 55%.

Negativi, e parecchio, anche i segnali dal fronte delle persone a carico della pubblica assistenza: se a fine 2008 i casi in gestione a Lugano erano circa 750, attualmente si naviga sui 1200, con un incremento preoccupante tra i giovani.
Come contenere il numero dei frontalieri in Ticino che, ormai è appurato, specie in certi settori professionali, non colmano affatto una lacuna sul mercato del lavoro ticinese, ma semplicemente si sostituiscono ai residenti?
L’unica soluzione efficace sarebbe l’abrogazione dell’articolo 10 dell’accordo sulla libera circolazione delle persone, in base al quale non sono possibili limitazioni quantitative al numero dei frontalieri. Domanda incidentale: ma com’è possibile che i nostri negoziatori abbiano accettato una simile aberrazione?
Abrogando la citata disposizione i Cantoni tornerebbero ad avere la possibilità – di cui disponevano prima dei Bilaterali – di limitare l’arrivo di manodopera frontaliera, e ciò a tutela del proprio mercato del lavoro.
Che deve essere prioritariamente destinato ai residenti.

Nell’attesa, quali possibilità ci sono?
Una è quella di agire sulla fiscalità dei frontalieri, da tempo oggetto di discussioni tra la Svizzera e l’Italia.
Come noto, la Svizzera – o piuttosto: il Ticino – rivendica una drastica riduzione del tasso di ristorno del 38.8% delle imposte alla fonte dei frontalieri.
Un tasso deciso quasi 40 anni fa e che oggi non ha più alcuna giustificazione (per la verità non ne aveva molte nemmeno negli anni 70).
Ovviamente l’Italia, nel concreto i Comuni della fascia di confine, non ne vogliono sapere di proposte che vadano nel senso di una riduzione delle proprie entrate fiscali.
Anche perché non se la possono permettere.
Ma la quadratura del cerchio è semplice. Si tratta di aumentare la fiscalità, attualmente bassa, che grava sui frontalieri. Di modo che, ad esempio, il frontaliere venga imposto secondo l’aliquota italiana, parecchio più alta di quella elvetica.
La Svizzera (Ticino) si potrebbe tenere una somma equivalente al totale dell’attuale imposta alla fonte, prima del versamento del ristorno.
La differenza tra questa quota e il prelievo fiscale totale andrebbe all’Italia.
Con una soluzione di questo genere, sia il Ticino che i Comuni italiani di confine, quanto ad entrate fiscali, ci guadagnerebbero parecchio rispetto ad ora. Il frontaliere no: dovrebbe pagare più tasse.
Ciò significa però che, dovendo pagare più tasse, il frontaliere non potrebbe nemmeno più accettare gli stipendi-scandalo che circolano ora (ad esempio segretarie a tempo pieno a 1500 Fr al mese).

Il deplorevole giochetto del licenziamento di ticinesi rimpiazzati con frontalieri stipendiati la metà (o meno) si farebbe più difficoltoso.
I frontalieri dovrebbero giocoforza venire pagati più di adesso. Sicché sostituire residenti con frontalieri diventerebbe meno “conveniente”. Non sarebbe la panacea, ma di sicuro aiuterebbe.

Lorenzo Quadri
Municipale di Lugano
Consigliere nazionale
Lega dei Ticinesi