Lo scorso 17 agosto, le tre cantanti russe del gruppo Pussy Riot – Nadejda Tolokonnikova, 22 anni, Ekaterina Samoutsevitch, 30 anni e Maria Alekhina, 24 anni – erano state condannate a due anni di lavori forzati per l’accusa di “hooliganismo” e “incitamento all’odio religioso”.
Nel processo d’appello che si è tenuto mercoledì 10 ottobre a Mosca, Ekaterina Samoutsevitch è stata liberata. Confermata invece la condanna per le altre due ragazze
.

Le tre giovani erano state arrestate per aver cantato, in un concerto in una cattedrale, una canzone contro il presidente Vladimir Putin.
Putin aveva dichiarato domenica scorsa che la condanna delle giovani a due anni di lavori forzati è corretta.
“Hanno avuto quello che hanno cercato – aveva commentato Putin in un intervento televisivo, aggiungendo di essere estraneo a tutta la vicenda.


L’avvocato di Nadejda Tolokonnikova, Mark Feïguine, aveva osservato martedì che le parole di Putin erano la chiara dimostrazione del suo coinvolgimento nella condanna delle giovani e aveva denunciato la pressione esercitata dal presidente sulla giustizia.

La vicenda delle Pussy Riot ha diviso la società russa e suscitato l’indignazione dell’opinione pubblica occidentale, che vede con timore la ripresa del potere da parte di Vladimir Putin.
In maggio Putin era stato rieletto per il suo terzo mandato da presidente, dopo un quadriennio come primo ministro.

Dopo la loro condanna le tre ragazze avevano ricevuto molti (purtroppo inutili ai fini della giustizia) messaggi di solidarietà provenienti dall’estero.
Di recente anche la birmana Aung San Suu Kyi aveva chiesto la loro liberazione e per loro era intervenuta anche Yoko Ono, la vedova di John Lennon.
Il Parlamento europeo ha deciso di presentare la candidatura delle Pussy Riot per il prestigioso Premio Sakharov per la libertà di pensiero.