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Come da copione, il costante processo di concentrazione della ricchezza in poche mani prosegue il suo corso.
Con la notizia divulgata alcuni giorni fa, che riferisce il probabile acquisto della BSI (La Banca della Svizzera Italiana con sede a Lugano) da parte della ginevrina Union Bancaire Privée, il nostro sistema sempre più incentrato sulla finanza e le sue speculazioni non ha infatti che confermato questa tendenza.
Soprattutto in un periodo di crisi come quella odierna, gli istituti di credito più modesti sono in grande difficoltà e, per restare a galla, sono costretti ad integrarsi con quelli di maggiore rilevanza.

Con l’unione di due banche, si verifica pertanto la fusione di due ricchezze in un ingente patrimonio unico che, oltre ad allargare ulteriormente la forbice fra ricchi e poveri, provoca in ultima analisi gravissime conseguenze per i loro dipendenti.
Questi, sussunti a macchine di lavoro bipedi funzionali alla ricerca di profitto, sono infatti licenziati e vedono decurtare il loro salario per via della costituzione del nuovo assetto bancario, composto invero da più banche.
In questo caso ciò significherebbe che, l’acquisto della BSI per conto dell’Union Bancaire Privée, implicherà la riconfigurazione del suo apparato amministrativo in un sistema più centralizzato che, inevitabilmente, lascerà a casa numerosi impiegati.

Tale razionalizzazione dei costi del lavoro si dimostra perciò, paradossalmente, socialmente irrazionale.
Socialmente irrazionale in quanto, nonostante a lucrarci siano i soliti noti, un licenziamento in massa comporterebbe un costo ingente per il nostro cantone che, per l’ennesima volta, sarebbe costretto a mettere un cerotto alle iniquità del nostro sistema ricorrendo alle tasche dei contribuenti.
A tale proposito occorre ricordare che, accorpando le due banche in un organismo unico, andrebbe a costituirsi un nuovo potenziale colosso finanziario sulla scia dei cosiddetti too big too fail, i quali, considerata la loro rilevanza sul mercato e pur di non fallire, sono da anni foraggiati dai miliardi pubblici.
Una scelta accorta sarebbe quindi agire affinché queste dinamiche non si ripetano più, vale a dire ostacolando l’unione fra la BSI e l’Union Bancaire Privée ed allontanando il pericolo di un ulteriore sperpero di denaro.

Il Partito Comunista, già allarmato dai preannunciati tagli al personale UBS, denuncia questa ennesima misura anti-popolare portata avanti dalle forze economiche del nostro paese e si auspica che, le autorità competenti, prendano fermamente posizione in difesa dei lavoratori e non dei profitti privati.

Edoardo Cappelletti,
coordinatore della sezione Luganese del Partito Comunista