L’Europa si risveglia con un nuovo assetto politico, dopo le recenti elezioni in due paesi chiave: Portogallo e Romania. Entrambe le consultazioni hanno messo in luce un cambiamento di rotta, segnando una fase nuova nel panorama politico del continente. Da un lato, il Portogallo ha visto il ritorno del centro-destra dopo anni di dominio socialista; dall’altro, la Romania cerca un difficile equilibrio tra conservatori e liberisti.

In Portogallo, le urne hanno decretato la fine di quasi un decennio di governi socialisti. Il Partito Socialista, orfano di António Costa e guidato da Pedro Nuno Santos, è uscito fortemente ridimensionato. La crisi interna, culminata con lo scandalo che ha travolto l’ex premier, ha eroso la fiducia dei cittadini, già stanchi di una gestione percepita come inefficace su temi cruciali come la disoccupazione giovanile, l’inflazione e la gestione delle risorse pubbliche. A trarne vantaggio è stata l’Alleanza Democratica, una coalizione di centro-destra guidata da Luís Montenegro, che ha raccolto il desiderio di cambiamento e stabilità. Ma il dato più rilevante è la crescita impetuosa del partito populista Chega!, che con un linguaggio anti-sistema, anti-immigrazione e un forte richiamo all’“ordine”, ha saputo intercettare l’insoddisfazione di una parte significativa dell’elettorato. Il Portogallo si trova ora in una nuova fase, in cui convivranno pulsioni riformiste e tentazioni radicali. Il rischio di frammentazione parlamentare e instabilità è concreto, ma la voglia di voltare pagina appare altrettanto forte.