Da millenni la lavagna coi gessetti permette di tramandare il sapere di generazione in generazione stimolando la creatività. Da qualche anno, pro, la lavagna è stata sostituita dai gelidi e tristi schermi touch screen…e la pedagogia ha smarrito qualcosa di profondamente umano.

In un’epoca dominata da schermi piatti e algoritmi impersonali, la lavagna a gessetti resiste come un piccolo miracolo quotidiano: un rettangolo nero (o verde) che continua a essere grembo di conoscenza, teatro di gesti, tela di parole e immagini effimere, ma il cui ruolo nell’educazione attraversa i millenni.

Scrivere con il gesso è un atto incarnato: la mano stringe il bastoncino friabile, ne avverte la consistenza polverosa, se ne ascolta il suono — a volte delicato, altre stridente — e la si traccia sulla superficie una linea viva, umana, imperfetta.

È il suono della presenza, dell’attenzione, del pensiero che si fa figura.
L’accendersi e spegnersi del touch screen invece è impersonale, freddo, aliena dalla dimensione corporea: attraverso la tecnologia si sperimenta una drammatica disincarnazione e tutto perde la sua materialità per farsi pixel mediato dall’elettricità.

L’uomo al centro del creato. Lavagna di una scuola waltdorf

I gessetti colorati, con la loro semplicità disarmante, aprono lo spazio all’immaginazione: disegni, schemi, parole, arcobaleni concettuali e poetici si dispiegano davanti agli occhi dei bambini. Non sono icone preconfezionate, generate da uno schermo; sono segni nati da una mano, da un corpo, da una mente che pensa e sente insieme. E quando arriva il momento di cancellare, la spugna umida scivola come un gesto rituale, che restituisce la lavagna al suo stato originario. Si soffia, si ventila con un quaderno per asciugare, si prepara il campo per una nuova creazione. Ogni lezione è un’opera effimera, come i disegni dei maestri steineriani o le lavagne artistiche delle scuole asiatiche, in cui l’insegnamento diventa pittura, gesto, bellezza.

In tutto ciò si cela una pedagogia antica e nobilissima, che affonda le radici nei Greci, che usavano tavolette di cera su cui scrivere e poi appianare. Allora come oggi, l’apprendimento era un atto incarnato, manuale, artigianale. Scrivere sulla lavagna è un gesto estetico e morale: l’insegnante si espone, disegna le sue idee, mostra il pensiero mentre si forma. Il bambino guarda, ascolta, imita, interiorizza, sviluppa senso artistico e creativo e motricità fine. Premendo i tasti di un I-pad, la mobilità fine non si sviluppa, i neuroni rimangono fermi- L’evoluzione – dono di Dio- ci ha dato il pollice opponibile, che le scimmie non hanno. Usando le dita solo per pigiare bottoni e scorrere schermi, l’uomo perde la sua peculiare capacità evolutiva di stringere tra indice e pollice uno stilo per disegnare e tracciare segni.

Oggi le lavagne elettroniche — fredde, impersonali, rigide — minacciano di spegnere questa arte. Gli schermi touch sono silenziosi, standardizzati, distaccati dal corpo, inquietanti nel loro accendersi e spegnersi mediato dall’elettricità. Ma la lavagna d’ardesia — fragile e polverosa com’è — parla ancora il linguaggio della lentezza, della creatività, dell’umano. Essa appartiene a una scuola a misura d’uomo, dove l’insegnamento non è performance, ma presenza; non è spettacolo, ma relazione; non è algoritmo, ma artigianato dello spirito.

Una lavagna decorata in una classe asiatica

Difendere la lavagna è difendere un patrimonio dell’umanità: la calligrafia come arte, il pensiero come disegno, l’educazione come incontro sensoriale e poetico. Finché ci sarà una mano che traccia con un gesso colorato una curva sulla lavagna, la scuola resterà un luogo vivo, vero, umano. Gli algoritmi, gli schermi, i pixel, i tasti da premere coi polpastrelli e il meta-verso non possono minimamente competere con la bellezza dell’incarnazione. Le parole e i concetti prendono forma grazie al gessetto e ai colori, mossi col nostro pollice opponibile – dono di Dio, che ci rende diversi dalle bertucce- su lavagna e su carta. Nel campo dell’educazione la scrittura a mano è importantissima.

Liliane Tami

Mano di un primate, che può solo schiacciar bottoni, e mano umana, con pollice opponibile, in grado di usare un gessetto per tracciare segni sulla lavagna.