Zelensky e il sogno europeo: un’illusione pericolosa

L’Ucraina vuole entrare nell’Unione Europea, ma l’esperienza di molti Paesi dimostra che non sempre Bruxelles porta libertà e prosperità

Il presidente Volodymyr Zelensky continua a spingere per l’ingresso dell’Ucraina nell’Unione Europea entro il 2030.
Un sogno che ripete come un mantra a ogni conferenza, come se Bruxelles potesse diventare la nuova Gerusalemme politica del continente.

Eppure, guardando la realtà, l’entusiasmo sembra più un atto di fede che di ragione.
L’Europa che Zelensky invoca non è quella dei popoli liberi e delle nazioni sovrane, ma un sistema burocratico e centralizzato, dove le decisioni non passano più dai cittadini ma dai tecnocrati.


L’illusione dell’Unione

Zelensky parla di “lotta per il futuro europeo dell’Ucraina”.
Ma quale futuro offre oggi l’Unione Europea?
Disoccupazione giovanile cronica, agricoltori strozzati dalle regole di Bruxelles, economie locali smantellate in nome del “mercato unico”, Stati che non possono più decidere sul proprio bilancio o sulla propria moneta.

Paesi come Grecia, Italia, Spagna, Portogallo — che avevano creduto nel sogno europeo — hanno pagato un prezzo altissimo: perdita di sovranità economica, austerità, migrazioni forzate di giovani talenti.
L’Europa promessa come terra di benessere si è trasformata per molti in una gabbia dorata.


L’Ucraina come nuova pedina

Zelensky sostiene che i suoi soldati combattono per “il futuro europeo dell’Ucraina”.
Ma viene da chiedersi se non stiano invece combattendo per entrare in un sistema che finirà per dettare loro le stesse regole rigide che oggi soffocano tanti altri popoli europei.

Dietro la retorica dell’allargamento, Bruxelles vede nell’Ucraina una frontiera strategica:
un mercato da integrare, una barriera geopolitica contro la Russia, un bacino di manodopera a basso costo.
Non certo un Paese da trattare come pari.


Le riforme “a comando”

L’Unione chiede all’Ucraina riforme anticorruzione, politiche economiche di adeguamento, nuove leggi sui diritti e sulla giustizia.
Ma in cambio offre solo promesse vaghe, mai una data certa.
Ogni passo avanti dipende dal veto di un governo, come quello ungherese di Orbán, o dalle tensioni interne di Bruxelles.

Così Kiev continua a rincorrere un traguardo che si sposta sempre più lontano, mentre la sua economia crolla e la popolazione si svuota.
È un paradosso crudele: si combatte e si muore per entrare in un club che non vuole davvero accoglierti.


La Moldavia al seguito

Anche la presidente Maia Sandu, in Moldavia, ha chiesto di accelerare i negoziati.
Ma il rischio è identico: diventare un’altra periferia dell’impero europeo, dove le decisioni arrivano da Bruxelles e i cittadini devono limitarsi ad adattarsi.
I Paesi dell’Est che hanno già aderito — come Romania e Bulgaria — lo sanno bene: entrati con entusiasmo, oggi lottano ancora con povertà, fuga di cervelli e dipendenza economica dai fondi UE.


L’Europa delle illusioni

Zelensky parla di libertà e di valori europei.
Ma l’Europa di oggi è un continente stanco, diviso, burocratizzato, dove perfino la libertà d’espressione è filtrata dal pensiero unico.
Un’Europa che ha perso la sua anima cristiana e culturale, sostituendola con un’ideologia tecnocratica e impersonale.

Il vero rischio per l’Ucraina non è restare fuori, ma entrare per scoprire che dentro non c’è ciò che le è stato promesso.
Non indipendenza, ma dipendenza.
Non prosperità, ma vincoli.
Non pace, ma nuove guerre economiche e culturali.


Ogni Paese che ha creduto ciecamente nell’Unione ha poi dovuto fare i conti con la realtà:
che la sovranità non si regala, e che la libertà non si delega a un organismo lontano.

L’Ucraina, nel suo dolore e nel suo coraggio, merita il rispetto dell’Europa — ma non l’illusione di una salvezza amministrata da Bruxelles.

L’Europa che salva i popoli non è quella dei regolamenti e dei fondi,
ma quella delle identità che restano vive.
E questa, oggi, non abita più nei palazzi dell’Unione.