Manuele non è breve (ma non lo era neppure Fidel)

Bertoli xyz2Discorso del ministro Manuele Bertoli al congresso socialista di Mendrisio. Testo integrale. Ne evidenzio due passaggi significativi. Il primo:

“Le politiche pubbliche sono utili ma costano e che una rinuncia a questa o quella politica non è senza conseguenze, non è indolore. Noi la responsabilità di chiedere l’intervento pubblico quando è necessario e di dire che esso va finanziato ce la siamo sempre presa, gli altri molto meno”. Questo passaggio esprime l’unica, vera, onnipervasiva costante del pensiero socialista: lo Stato “che fa tutto, che s’impiccia di tutto”… e le relative tasse, tasse, tasse. Divertente la riserva “quando è necessario”. Alcuni (ben noti) non mancherebbero di precisare: sempre!

Sul finale l’immancabile e obbligatorio attacco alla Lega, lungo e corposo. “La politica del vittimismo, giocata sul concetto di nemico esterno al quale imputare i nostri malanni, l’ostentazione di facili e spesso falsi capri espiatori tipica di un’impostazione che guarda con nostalgia alle rendite di posizione del passato, non ci porta da nessuna parte. Prima ci farà marciare sul posto e poi inesorabilmente ci farà perdere tutto il terreno faticosamente conquistato, relegandoci alla realtà di piccola valle alpina. Io, come molti ticinesi, non voglio un Cantone nel quale i cittadini siano impegnati a consumarsi in aridi risentimenti ben irrigati dalla propaganda, mentre tutto rimane immutabile e fermo. Non è questo il Ticino a cui penso e per cui mi impegno. Non è questo il Ticino che il suo popolo merita. Ma per un cambio di passo è necessario uno scossone politico che può venire soltanto dal popolo. Se le elezioni del 2011 hanno arriso alla Lega dei ticinesi, che in mezzo a mille incoerenze ha saputo dare a molti elettori l’illusione di rappresentare un cambiamento nel segno di una maggiore attenzione al Ticino e ai ticinesi, ben presto la falsità di questo preteso cambiamento si è manifestata con tutta la sua forza, perché dietro agli slogan non c’è e non c’è mai stato un progetto politico coerente, una visione, un indirizzo politico definito. Il peggior risultato prodotto dalle elezioni 2011 è però stato un altro, ovvero il premio popolare alla propaganda invece che all’azione concreta. Un fenomeno che ha dato avvio ad una stagione politica di grande confusione, nella quale purtroppo molti altri attori hanno immaginato più opportuno concentrare le proprie energie attorno al marketing, alla comunicazione politica, piuttosto che al lavoro paziente di costruzione di soluzioni condivise e sostenibili per i problemi della comunità. Se la legislatura che si sta concludendo è stata a tratti anche caotica, ciò è da ascrivere a questa scelta popolare, che personalmente ritengo pericolosa, che naturalmente può essere modificata unicamente dal corpo elettorale stesso. In democrazia ogni popolo ha la classe politica che si merita. Fino a quando il popolo sosterrà le forze impegnate nella comunicazione più che nell’azione concreta questa confusione continuerà ad accompagnarci, rappresentando anche un ostacolo ai cambiamenti effettivamente necessari.”

Care compagne, cari compagni,

permettetemi innanzitutto, in apertura, di soffermarmi brevemente sull’attività del Consiglio di Stato uscente, che molti hanno bollato come inconcludente.

In questa legislatura abbiamo avuto un Governo buono o cattivo? Personalmente, anche se non tocca a me dirlo, non condivido certi giudizi lapidari letti sulla stampa, particolarmente ingenerosi. Nelle prossime settimane il Consiglio di Stato presenterà un bilancio di quanto fatto e probabilmente lo vedremo meglio, segnatamente potremo vedere come qualche problema ci sia effettivamente stato, ma piuttosto nei rapporti tra Governo e Parlamento che non all’interno del primo.

La domanda vera è però un’altra. Con la presenza di due liberali radicali invece che di due leghisti avremmo avuto un Governo significativamente diverso? Se considero le decisioni prese, perché credo che il Governo vada valutato da quelle, non credo. Probabilmente in una sola occasione avremmo potuto avere un orientamento differente, mi riferisco al blocco dei ristorni del 2011, votato 3 a 2 come è noto. Blocco che tra l’altro venne deciso in maniera piuttosto kafkiana, prima prendendo la decisione, poi cercandone a posteriori scopi ed argomentazione, giungendo infine qualche mese dopo a revocare il provvedimento senza aver minimamente raggiunto nessuno degli obiettivi declamati. Quel blocco alla fine comunque un effetto positivo lo ebbe, va detto, poiché aiutò a far ripartire il dialogo italo-svizzero, ma ripeto, è probabilmente l’unica decisione che con un altro Consiglio di Stato sarebbe stata presa diversamente.

I momenti di disaccordo generale all’interno della compagine governativa sono stati pochi, anche se i media tendono facilmente a voler estremizzare le cose. Il già menzionato confronto sui ristorni, alcune decisioni su casi singoli, pensiamo al caso Arlind, ma non molto più di questo. E’ invece ovviamente capitato più spesso che le posizioni socialiste rimanessero del tutto minoritarie. Sull’amnistia cantonale, sulla cassa malati unica federale, sulla necessità di cedere la partecipazione AET alla centrale a carbone di Lünen, sulle elezioni per corrispondenza, sull’applicazione della norma costituzionale sulle residenze secondarie, sul raddoppio del Gottardo, sui tagli ai sussidi di cassa malati, sull’adesione alla versione del Parlamento del freno ai disavanzi, sull’impostazione generale del bilancio statale. Su tutte queste cose non è bastato presentare una posizione alternativa ragionata e documentata, perché sappiamo che in politica i soli argomenti non bastano, contano anche le quantità.

Questo Cantone è ancora prigioniero dell’eterno scontro sulle risorse finanziarie, scontro che ha limitato e limiterà la progettualità politica finché non si arriverà finalmente a dire pane al pane e vino al vino, ovvero che le politiche pubbliche sono utili ma costano e che una rinuncia a questa o quella politica non è senza conseguenze, non è indolore. Noi la responsabilità di chiedere l’intervento pubblico quando è necessario e di dire che esso va finanziato ce la siamo sempre presa, gli altri molto meno.

Rivolgendo lo sguardo all’attività dipartimentale, credo si possa affermare che, pur in un clima difficile, il DECS ha comunque ottenuto risultati lusinghieri. Solo nell’ultimo anno di legislatura si possono citare l’entrata in vigore della Legge sul sostegno alla cultura, la presentazione al mondo della scuola del progetto di riforma dell’insegnamento obbligatorio (“La scuola che verrà”), l’approvazione della nuova facoltà universitaria in scienze biomediche, il riorientamento del Centro didattico cantonale verso l’uso delle nuove tecnologie a scuola, la riforma della legge sull’aggiornamento dei docenti di cui discuterà il Gran Consiglio lunedì prossimo, l’aumento salariale dal settembre scorso per gli insegnanti delle scuole comunali, il progetto in gestazione di museo d’arte unico a Lugano, l’inaugurazione del liceo sportivo a Locarno-Tenero e la nascita dell’Ufficio dello sport. A questo elenco concernente l’ultimo anno vanno poi aggiunte le numerose realizzazioni del triennio precedente: dalle direzioni obbligatorie per gli istituti scolastici comunali alle misure implementate per i docenti in difficoltà, dall’argine posto ai falsi frontalieri (maggiorenni già formati assunti come tirocinanti) al progetto di nuova Legge sugli aiuti allo studio, dalla riforma dell’abilitazione dei docenti parallela alla professione alla ricantonalizzazione della ristorazione scolastica, via via fino ad iniziative di respiro nazionale, come la costituzione del Forum per l’italiano in Svizzera che ho promosso e presiedo e che è attivo a livello federale.

Venendo ora alle sfide che attendono questo Cantone, non vi è dubbio che si tratta di questioni di peso, che avranno un impatto rilevante sul suo futuro economico, occupazionale, sociale. Per brevità ne evoco 6.

1. Il rompicapo nazionale della convivenza molto conflittuale tra i contingenti e gli accordi bilaterali è un tema che ci tocca da vicino. Io credo che la politica di apertura della Svizzera vada sostenuta e che essa vada affiancata da un rafforzamento significativo delle misure di accompagnamento interne sul mercato del lavoro e sul mercato dell’alloggio. Nessun futuro di sviluppo sarà possibile se il nostro Paese sceglierà definitivamente la via dell’isolamento, ma l’apertura deve essere vigorosamente sostenuta da tutele degne di questo nome a favore dei residenti. Su questo obiettivo devono poter convergere sia le forze che difendono gli interessi dei lavoratori, sia le forze che intendono salvaguardare la Svizzera come piazza economica di successo e di avvenire. Il nuovo articolo 121a della Costituzione deve essere applicato correttamente o superato da una nuova chiamata alle urne, ma non bypassato come sembrerebbero volere alcuni, ad esempio il presidente di Economiesuisse.

2. La politica economica va collegata con l’intervento pubblico nella proprietà del terreno. Solo attraverso le prerogative date dal diritto di proprietà è possibile agire con una certa libertà, scegliendo le aziende utili al nostro Cantone, al suo tessuto economico, ai servizi utili alle imprese, al suo mercato del lavoro, limitando così l’uso di territorio prezioso da parte di aziende che non apportano gran cosa. E’ un cambiamento di paradigma rispetto a quanto fatto finora, basato essenzialmente sugli strumenti della pianificazione del territorio, ma questo nuovo orientamento considera adeguatamente la risorsa territoriale come elemento strategico per un Cantone piccolo, dagli spazi limitati e dalla forte attrattiva economica, anche se, come abbiamo visto di recente con la decisione della BNS, in tema di attrattiva le cose possono cambiare repentinamente. Un simile orientamento risulta utile anche per puntare alla concentrazione delle attività economiche a importante impatto ambientale in alcune zone precise del Ticino, permettendo a medio termine un riordino delle altre aree oggi destinate disordinatamente a queste attività. In questo modo si combinerebbero le politiche di sviluppo economico con quelle di gestione oculata del territorio. Costerà molto? Non è detto, poiché in fondo si tratterebbe di immobilizzare delle risorse adeguatamente remunerate dai canoni di occupazione pagati dalle aziende insediate.

3. Anche se il settore idroelettrico non sta attraversando un periodo facile, la risorsa energetica è estremamente importante per il Ticino, che produce più energia elettrica di quanta ne consumi. La costituzione di un polo cantonale dell’energia elettrica deve essere una priorità politica condivisa dalle autorità cantonali e comunali, tutte interessate a mantenere in Ticino la gestione di un bene prezioso, strategicamente fondamentale nel medio-lungo periodo. Le divisioni localistiche in questo ambito vanno superate nell’interesse di tutti. La soluzione più pulita a mio parere è quella della costituzione, accanto all’Azienda elettrica ticinese, di un ente cantonale della distribuzione di elettricità nella forma dell’ente cantonale partecipato dai Comuni, i quali farebbero confluire in questa nuova organizzazione tutte le aziende distributrici attuali. Il nuovo ente, che si occuperebbe di distribuzione di energia, dovrebbe essere collegato con l’AET, alla quale andrebbero tutte le concessioni inerenti alla produzione di elettricità, in modo che questi due elementi di uno stesso polo possano lavorare assieme nell’interesse complessivo del Ticino.

4. Una buona scuola e una buona formazione sono centrali nello sviluppo di una comunità. Non devono lasciare indietro nessuno e nel contempo devono saper sviluppare le potenzialità di ognuno. E’ un lavoro immane, da fare con le docenti ed i docenti, con pazienza e determinazione. E’ il miglior investimento che possiamo fare per le prossime generazioni, ma anche una delle strade per ridurre il problema della disoccupazione giovanile. Siccome le ragioni per le quali i giovani faticano ad entrare nel mondo del lavoro sono piuttosto diversificate, non è opportuno puntare su un solo provvedimento ma bisogna completare la paletta di misure utilizzabili (formazione, accompagnamento al primo impiego, accompagnamento alla sostituzione di lavoratori anziani con lavoratori giovani al momento del pensionamento dei primi ecc.) e soprattutto poter definire, caso per caso, quale sia il percorso più adeguato per ogni ragazzo o ragazza in difficoltà. E’ un impegno rilevante, che necessita di professionalità, flessibilità, ottimi contatti tra chi aiuta i giovani ad inserirsi ed il mondo delle imprese, ma è oggi probabilmente questa la sola strada da percorrere con convinzione per ottenere risultati apprezzabili.

5. Le risposte al fenomeno dell’invecchiamento della popolazione abbisognano di una pianificazione di interventi di lungo termine sulla quale probabilmente il nostro Cantone ha accumulato dei ritardi. Mi riferisco qui non solo alla disponibilità di posti nelle case per anziani e allo sviluppo dei servizi domiciliari, ma agli adattamenti di tutta una serie di prestazioni e standard anche alle esigenze delle persone anziane, nel campo dell’alloggio, della mobilità, del tempo libero ecc. Esse necessiteranno di risorse ingenti, che oggi possono essere reperite solo mediante una forte collaborazione tra Cantone e Comuni. Determinante sarà anche lo sviluppo da parte della società ticinese di tutte le occasioni che possano permettere alle persone della terza età in buona salute di far beneficiare la società stessa della loro esperienza e professionalità, per esempio nel settore del volontariato sociale. Anche un certo riequilibrio demografico è immaginabile ed auspicabile, soprattutto grazie all’immigrazione, ma pure questa risposta abbisogna di una pianificazione di lungo termine relativamente alla necessità di infrastrutture che inevitabilmente essa genera (scuole, servizi di prossimità, sanità, alloggi ecc.).

6. L’assetto istituzionale ticinese va semplificato con nuove aggregazioni comunali. Un Cantone che possa disporre come interlocutori di quattro poli forti (Lugano, Bellinzona, Mendrisio e Locarno) e di pochi altri Comuni, come propone la bozza di Piano cantonale delle aggregazioni, avrebbe maggior facilità nel coordinare e costruire assieme le politiche pubbliche prioritarie. Non si tratta di cancellare identità locali o di fare tabula rasa di tradizioni democratiche regionali, ma di capire che dal profilo amministrativo il nostro territorio deve poter essere gestito in maniera meno complessa di quanto non accada oggi, perché questo è nell’interesse diretto dei cittadini e delle aziende residenti. La costituzione di 4 poli forti (uno c’è, Lugano, uno è in costruzione, Bellinzona, gli altri due non sono pronti a costituirsi autonomamente) è uno dei fattori di dinamica locale che manca al nostro Cantone, ancor oggi troppo occupato a rimpallarsi responsabilità tra vari livelli istituzionali.

Ecco, dunque: un progetto politico che tenga veramente in considerazione le questioni importanti per il futuro del nostro Cantone deve saper affrontare con determinazione e coerenza almeno i nodi politici appena accennati. Per fare questo bisogna essere in grado di superare tutti gli ostacoli disseminati lungo questo cammino dai molti interessi parziali che puntualmente si manifestano e che contraddistinguono la grande piccola storia ticinese. Imprese che non considerano a sufficienza le ricadute del loro agire sulla collettività, piccole “baronie” locali che ostacolano in tutti i modi le politiche di interesse generale, grandi e piccole lobby che si occupano più di mettere sabbia negli ingranaggi delle riforme che di guardare un po’ più in là del proprio naso. Sono solo alcune delle forze che, quotidianamente e sovente nell’ombra, agiscono per propri interessi specifici senza pensare al bene complessivo del nostro paese o pensandoci solo quando i loro interessi casualmente coincidono con quelli dell’intera cittadinanza.

Diciamolo, una parte del Ticino non ha mai manifestato particolare ostilità verso questi fenomeni, pronta magari a declamare a gran voce una propria sovranità politica e territoriale, salvo poi essere disponibile a svendersi agli interessi altrui. Lo ha fatto nell’Ottocento con i suoi boschi, lo ha fatto successivamente con le proprie acque, poi con il proprio territorio e purtroppo non sembra aver ancora finito.

E allora risulta determinante rifuggire dai tanti fumogeni che caratterizzano oggi il dibattito politico nel nostro Cantone, magari lanciati anche attorno a questioni vere e serie nella loro essenza ma false nell’individuazione delle responsabilità e delle soluzioni, sviando in questo modo l’opinione pubblica da tematiche più importanti ed impedendo che si identifichino quelle vie d’uscita necessarie ad affrontarle con decisione nell’interesse di tutti.

Il Ticino, oggi più che mai, ha bisogno di recuperare il valore della solidarietà, inteso come slancio di tutti verso la salvaguardia dell’interesse generale prima di qualsiasi interesse particolare. La politica del vittimismo, giocata sul concetto di nemico esterno al quale imputare i nostri malanni, l’ostentazione di facili e spesso falsi capri espiatori tipica di un’impostazione che guarda con nostalgia alle rendite di posizione del passato, non ci porta da nessuna parte. Prima ci farà marciare sul posto e poi inesorabilmente ci farà perdere tutto il terreno faticosamente conquistato, relegandoci alla realtà di piccola valle alpina. Io, come molti ticinesi, non voglio un Cantone nel quale i cittadini siano impegnati a consumarsi in aridi risentimenti ben irrigati dalla propaganda, mentre tutto rimane immutabile e fermo. Non è questo il Ticino a cui penso e per cui mi impegno. Non è questo il Ticino che il suo popolo merita.

Ma per un cambio di passo è necessario uno scossone politico che può venire soltanto dal popolo. Se le elezioni del 2011 hanno arriso alla Lega dei ticinesi, che in mezzo a mille incoerenze ha saputo dare a molti elettori l’illusione di rappresentare un cambiamento nel segno di una maggiore attenzione al Ticino e ai ticinesi, ben presto la falsità di questo preteso cambiamento si è manifestata con tutta la sua forza, perché dietro agli slogan non c’è e non c’è mai stato un progetto politico coerente, una visione, un indirizzo politico definito. Il peggior risultato prodotto dalle elezioni 2011 è però stato un altro, ovvero il premio popolare alla propaganda invece che all’azione concreta. Un fenomeno che ha dato avvio ad una stagione politica di grande confusione, nella quale purtroppo molti altri attori hanno immaginato più opportuno concentrare le proprie energie attorno al marketing, alla comunicazione politica, piuttosto che al lavoro paziente di costruzione di soluzioni condivise e sostenibili per i problemi della comunità. Se la legislatura che si sta concludendo è stata a tratti anche caotica, ciò è da ascrivere a questa scelta popolare, che personalmente ritengo pericolosa, che naturalmente può essere modificata unicamente dal corpo elettorale stesso.

In democrazia ogni popolo ha la classe politica che si merita. Fino a quando il popolo sosterrà le forze impegnate nella comunicazione più che nell’azione concreta questa confusione continuerà ad accompagnarci, rappresentando anche un ostacolo ai cambiamenti effettivamente necessari. Ma se, come spero, il segnale alle elezioni 2015 sarà di altro tipo, allora diventerà possibile riprendere la strada delle modernizzazioni nel solco delle vere tradizioni del nostro Cantone che comprendono la capacità di affrontare le sfide e le difficoltà con spirito di adattamento, voglia di fare e competenza.

La nostra proposta politica si inserisce nel solco dell’azione concreta, perché la storia ha mostrato chiaramente come tutta una serie di obiettivi che i socialisti avevano indicato come necessari, anche se con ritardo, si sono poi realizzati nel tempo. Dobbiamo quindi continuare con determinazione, senza lasciarci scoraggiare dalle avversità; in fondo abbiamo sempre dovuto lavorare in condizioni difficili. Dobbiamo saper convincere, con i nostri programmi, con le persone che si mettono a disposizione, come le candidate e i candidati per il Consiglio di Stato, tutte ottime persone, capaci, persone che hanno fatto la gavetta, e come tutte le candidate e i candidati al Gran Consiglio.

In questi tre mesi dobbiamo mostrare al Cantone che un Ticino positivo, aperto, ragionevole, solidale e competente esiste e si propone come alternativa all’imbruttimento e al vittimismo*** dilaganti: scendiamo in campo quindi, con il vostro sostegno prezioso, e dimostriamo a tutti che un altro Ticino esiste ed è forte. Che una bella alternativa è presente ed è praticabile. Recuperiamo ciò che ha segnato la storia delle nostre genti, il realismo, la capacità di pensare e di fare, armiamoci di un sorriso e dimostriamo di amare davvero la nostra bella terra.

Manuele Bertoli

*** Sotto la voce “vittimismo” ci permettiamo di annoverare il “Tutti ci odiano!” del presidente Saverio “Calimero” Lurati.