28 aprile 1945 – Benito e Claretta uccisi a colpi di mitra

72 anni fa, esattamente
La “verità alternativa” di Giorgio Pisanò

da www.blog.libero.it

Il racconto di Pisanò, che conosciamo sin dal 1996, è di straordinario interesse e molto attendibile. Osserviamo tuttavia che un’assoluta certezza non esiste. In particolare, non è provato al di là d’ogni dubbio che Luigi Longo abbia ucciso materialmente il Duce, e neppure che fosse sul posto.

La “verità Pisanò” implica ovviamente che, davanti al cancello di Villa Belmonte, alle ore 16.10, furono fucilati due cadaveri.

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Ciò che è certo: Benito Mussolini, duce del fascismo, e la sua fedele amante Claretta Petacci furono uccisi dai partigiani a Mezzegra, sul lago di Como, il 28 aprile 1945. Sulle precise circostanze dell’esecuzione c’è una “verità ufficiale”, diffusa e accettata per molti decenni; accanto ad essa una “verità alternativa”. Di quest’ultima vogliamo parlare oggi.

Pisanò 3Nel 1996 esce un libro scritto dal giornalista e storico Giorgio Pisanò, che è il coronamento di una lunghissima inchiesta durata ben quarant’anni. Il clamore che suscitò alla sua uscita fu enorme. La sua ricostruzione si basa principalmente sulla testimonianza di Dorina Mazzola, che all’epoca dei fatti aveva diciannove anni ed era la vicina di casa dei De Maria.

Ma oltre alle dichiarazioni della signora Mazzola, Giorgio Pisanò riuscì ad ottenere anche la testimonianza di Savina Cantoni (moglie del partigiano “Sandrino”, colui che era di guardia in casa De Maria) e quella di un amico del marito, tale signor Vanotti, che aveva raccolto molte confidenze fattegli dal partigiano; il tutto contornato da altri testimoni che riportarono le mezze dichiarazioni di Giuseppe Giulini, (sindaco per molti anni di Gera Lario, paesino del comasco), che ebbe in affidamento da Sandrino un memoriale in cui il partigiano rievocava i fatti di quel 28 aprile, svelando nomi e dinamiche inerenti alla morte del Duce.

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Ecco dunque un breve riassunto della ricostruzione di Pisanò.

Intorno alle nove del mattino giungono a Bonzanigo di Mezzegra, Luigi Longo, scortato da Moretti, il capitano Neri, Dante Gorreri e Piero Mentasti. Moretti e altri due salgono le scale ed entrano nella stanza dove riposano Mussolini e la Petacci. Il partigiano Sandrino, che si trovava fuori sul pianerottolo e al quale venne ordinato di rimanere fermo sul posto, testimonierà di aver sentito uno dei partigiani esclamare: “Adesso vi portiamo a Dongo per fucilarvi!”, ma subito dopo uno degli altri ribatté, gridando: “No, vi uccidiamo qui!”

A quel punto nacque una colluttazione e si sentì la Petacci gridare, poi partirono due colpi d’arma da fuoco che ferirono Mussolini al fianco e all’avambraccio destro. Il Duce venne trascinato con forza giù per le scale e portato a basso in cortile, sempre all’interno della proprietà dei De Maria. La Petacci, che nel frattempo s’era affacciata alla finestra di una stanza, gridò: “Aiuto! Aiutateci!” ma in quello stesso istante qualcuno l’afferrò con forza facendola rientrare.

Poco dopo, circa verso le 9:30, Mussolini venne legato al catenaccio del portone della stalla di casa De Maria, e qui Luigi Longo [alto dirigente del Partito Comunista Italiano; ne diverrà in epoca successiva il presidente] esploderà contro di lui una sequela di sette colpi, che lo uccideranno all’istante.

Successivamente all’omicidio del Duce, giungono a Bonzanigo anche Lampredi e Mordini, accompagnati da due dirigenti del partito comunista di Como, Giovanni Aglietto e Mario Ferro.

Intanto il cadavere di Mussolini venne sorretto a braccia da due uomini e portato giù per le stradine circostanti, nel tentativo di occultarne il corpo, o comunque di portarlo via; ma in strada c’è anche la Petacci, che piange ed urla disperata: “Ma perché? Perché? Cosa vi hanno fatto! Come vi hanno ridotto!” intralciando i partigiani che a quanto pare sembravano avere una certa fretta…

Pisanò 4Dopo un paio d’ore, intorno alle 11:30, non appena la Petacci si allontana dai partigiani, scendendo da via del Riale verso via Albana, all’altezza di casa Mazzola, verrà improvvisamente colpita alla schiena con una raffica di mitra. Morirà sul colpo. A quel punto scoppia un putiferio: tutti i partigiani inveirono fra di loro, gridando e bestemmiando, tanto che Dorina Mazzola, nascosta dietro la tettoia di casa (e che vide la Petacci pochi istanti prima di essere colpita) udì questi esclamare: “Pezzo di merda! Guarda che cos’hai fatto!” mentre un altro, più alterato urlò: “Chi è quel pezzo di merda che ha sparato?! Da dove è arrivato? Non ti fare vedere da me, che ti lego le budella attorno al collo!”

Le cose allora si complicano. Longo dà ordine di portare via i corpi, che puntualmente verranno nascosti dai partigiani nel bagagliaio di una 1100 nera, parcheggiata per alcune ore nel garage di un albergo lì vicino (l’albergo Milano).

Intorno le 15:00, un capo partigiano locale, tale “capitano Roma” (alias Martino Caserotti) ordinò ai suoi di bloccare le strade e di far scendere tutta la gente delle tre frazioni di Mezzegra lungo il bivio di Azzano, per veder passare sulla via Regina, Mussolini prigioniero. Mentre i partigiani eseguirono gli ordini di svuotare tutte le case dei tre paesi, alcuni uomini uscirono con l’auto contenente i cadaveri, e dall’albergo salirono per via Albana, girando a sinistra per via Nuove; più avanti svoltarono sulla destra, percorrendo fino in fondo il viale delle Rimembranze, dove esisteva una fontanella. Qui si fermano e scaricano il corpo di Mussolini per lavarlo dalle macchie di sangue e dallo sporco di terra; l’auto intanto tornò indietro col cadavere della Petacci, proseguendo per un tratto di strada di via 24 maggio, dove si fermerà al punto di congiunzione con via delle Vigne.

Una volta lavato il corpo, i partigiani portarono giù a braccia il cadavere del Duce lungo la via delle Vigne, dov’era in attesa l’auto col cadavere di Claretta; qui caricarono di nuovo il corpo di Mussolini nel bagagliaio e l’auto proseguirà per alcune centinaia di metri, giungendo davanti al cancello di villa Belmonte, dove i corpi furono a quel punto scaricati.

Da lì a poco arriveranno Lampredi, Moretti e forse anche Audisio, per la finta fucilazione delle 16:10, dove il partigiano “Guido” (Lampredi) si occuperà di sparare “in nome del popolo italiano” su due cadaveri… Possiamo stabilire quasi certamente che è proprio questa la reale ricostruzione di quanto accaduto quel lontano 28 aprile.

dal libro di Giorgio Pisanò “Gli ultimi cinque secondi di Mussolini”
Ediz. Il Saggiatore