L’Azione per una Svizzera neutrale e indipendente, insieme a UDC Ticino, ai giovani UDC svizzeri e Lega dei Ticinesi, non è riuscita nell’intento di far passare il suo messaggio sui rischi e pericoli insiti nella strategia della “Weissgeld politik”, tanto creata, difesa e coccolata orgogliosamente dal Partito liberale svizzero, (uscito allo scoperto ieri) dal PPD, dalle Associazioni delle banche svizzere e ticinesi e, per concludere, da Economiesuisse.

Sì, perché questa politica unilaterale, non adottata da nessuno al mondo né d’altronde mai richiesta da nessuno, comporterà, per molti impiegati nel settore terziario, nelle banche ma anche in tutto quanto gira attorno alla piazza finanziaria svizzera e ticinese, la fine e la cancellazione di migliaia d’impieghi.
A tutta evidenza, i fautori di questa scelta politica non rischiano il posto di lavoro ma non rinunciano a giocare sulla pelle degli altri, come emerso anche dall’intervista del 2 ottobre al responsabile di Economiesuisse, signor Geninazzi, in cui egli nemmeno menzionava il pericolo di ridimensionamento dei posti di lavoro in un settore che attualmente, piaccia o non piaccia, genera oltre il 10% del PIL nazionale svizzero e occupa circa 150’000 persone, con relative famiglie al seguito.

Con la raccolta firme, l’ASNI ha tentato di fare in modo che fosse il popolo svizzero a prendere una decisione, e non invece un Governo federale debole o Partiti politici animati dall’unico scopo d’entrare nell’UE, tenendo presente che il “fu segreto bancario” era l’ultimo grosso ostacolo per entrare nel Club fallimentare europeo.
Sarà forse stato il periodo estivo o la mala informazione, lo snobbare e sottovalutare il problema o banche che hanno vietato di firmare ai loro impiegati o le cancellerie comunali svizzere che hanno dormito o forse anche boicottato, (pare vi siano più di 14’000 firme non avanzate) fatto sta che la popolazione svizzera, non sottoscrivendo il referendum, ha giocato d’azzardo consapevole o forse no di assumersi le conseguenze che ne deriveranno.
Sarà certo il tempo a decidere se avessimo visto lungo noi o i sostenitori della Weissgeld politik e di Rubik, ma una cosa è evidente già oggi: sulla piazza finanziaria svizzera e ticinese si sta già assistendo a ristrutturazioni e ridimensionamenti e partenze pesanti di banche, fiduciarie e gestori patrimoniali.

Abbiamo ancora una possibilità, e lo dico a malincuore, perché avrei voluto che fosse la cittadinanza elvetica a decidere delle proprie sorti, ma il prossimo novembre la Camera dei Länder tedeschi dirà l’ultima parola sul trattato Svizzera-Germania. Insomma, dovremo sperare che autoaffondino la “Bismark”, inquietante ibrido creato nei nostri cantieri politici.
Questo ci lascerebbe un lasso di tempo utile a trovare nuove e più oculate soluzioni che ribilancino meglio il carico di vantaggi e svantaggi, come l’alta tassa liberatoria da versare e tanti altri punti troppo penalizzati nei trattati odierni.
È assurdo versare aliquote così alte al fisco tedesco (tassa liberatoria tra il 21% e 43%), quando un germanico che si autodenunciasse pagherebbe una penale più bassa, secondo le parole di qualche settimana fa del Segretario di stato per l’economia, signor Ambhul, durante un incontro a Berlino con una delegazione tedesca.
E nemmeno possiamo tollerare fatti come quelli accaduti durante la discussione degli accordi, quando alcuni Länder tedeschi vantavano di avere acquistato impropriamente dei CD con nomi di loro concittadini. Cose analoghe, che oramai paiono barzellette, stanno accadendo anche in Grecia, dove poche settimane fa abbiamo sottoscritto accordi simili.
È davvero opportuno continuare a contrattare con Paesi del genere? Beh, considerando la mal riuscita del referendum, parrebbe proprio di sì!

La situazione in Ticino? Sembra vi sia un coordinamento ben orchestrato a sostegno di questi accordi, col contributo di tutti coloro che hanno avuto un ruolo chiave: banche, associazioni di categoria e liberi professionisti.
Insomma, tutti cercano di convincere i cittadini che non vi siano altre strade al di fuori di quella già segnata.
Così facendo, iniziano a somministrare subdolamente il “sonnifero”, con l’intento di far “digerire” la futura mazzata in termini di perdita di posti di lavoro, ovviamente assicurando che la piazza finanziaria ticinese si comporterà come l’araba fenice, ossia rinascerà dalle proprie ceneri.
Peccato che, una volta bruciata la piazza, rimarrà solo il deserto dei tartari. Il motivo è che non saremo più attrattivi e i capitali saranno partiti!

Inutile poi commentare l’articolo dell’Associazione bancaria ticinese che, nella persona del direttore Franco Citterio, dichiarava sul Cdt: “Futuro della piazza: meno bancari, più banchieri”.
Il titolo è già emblematico del prossimo futuro che verrà, ma permettiamoci lo stesso un appunto: caro Franco, peccato che gli imprenditori, in questo caso i “banchieri” (proprietari di banche), vadano dove le condizioni quadro permettano di svilupparsi e crescere.
Noi così le banche le mandiamo via, al contrario, esempio per tutti, la Gran Bretagna e isole, patria di approdo per forti afflussi di nuova clientela proveniente anche dalla Svizzera: gli inglesi mai hanno pensato di applicare la Weissgeld strategie o, per loro lingua, “the white money strategy”.

Accordi con l’Italia? Il CF dovrebbe attendere il risultato della camera dei Länder in Germania e magari pure le elezioni in Italia il prossimo aprile, invece appare probabile che, scongiurato il pericolo referendum ASNI, il Governo svizzero si sentirà più sicuro di contrattare liberamente con Monti, il quale, davanti al nostro autolesionismo, difficilmente scenderà sotto un 20% di tassa liberatoria.
Conseguenze? Andiamo dai fautori degli accordi a chiederle, e prepariamoci a chieder loro anche un nuovo posto di lavoro.

Tiziano Galeazzi
Presidente UDC distretto Lugano
Socio ASNI Ticino