27 gennaio 1945. Poco dopo mezzogiorno, i primi soldati dell’avanguardia dell’Armata Rossa varcano il filo spinato di Auschwitz, oltre la scritta Arbeit Macht Frei. Muoiono due soldati, sotto le mitragliatrici naziste, ostinate alla resistenza, che risulta alla fine vana, e blanda.

Il capitano Jakov Lebedev issa la bandiera rossa sulla torre di guardia del campo di concentramento, mentre  AleksandrVrontsov riprende la scena, per consegnarla ai posteri.

Ad Auschwitz-Birkenau-Monowitz avevano trovato la morte più di un milione di prigionieri, nel più grande campo di sterminio nazista d’Europa. Come racconterà in seguito il capitano Lebedev, “migliaia di scheletri viventi, che non avevano nemmeno la forza di tenere in mano un cucchiaio” si presentarono agli occhi dei sovietici, in quell’orrido incubo che si faceva reale.

Oltre 7mila persone erano ancora vive, tra cui un centinaio di bambini. Vennero rinvenuti quasi due milioni di capi di vestiario da donna e da uomo, e sette tonnellate di capelli, divisi per lunghezza e per colore, pronti per essere spediti per imbottire le giacche naziste.

Come scrive lo storico Burno Groppo, “Il Novecento europeo sembra distinguersi più per le sue catastrofi (guerre mondiali, genocidi, dittature totalitarie, massacri su grande scala) che per le sue realizzazioni positive” (da Politiche della memoria e politiche dell’oblio in Europa centrale e orientale).

Vano e tuttavia imperativo è il chiedersi come l’uomo, l’animale più crudele, sia stato capace di fare tutto ciò a danno degli uomini.